103 CAPITOLO 6 OLTRE L’AZZURRO
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105 28 AGOSTO 2026 Oggi è andata via una perla di persona. L'anno scorso avevo voglia di fare qualche fotografia, ritratti in particolare. Cercavo una modella e, come si fa tante volte quando non sai bene da dove cominciare, misi un annuncio su Facebook: “Cercasi modella…” Dopo un po' arrivò la sua risposta. “È ancora in cerca di una modella? Io sarei disponibile.” Scelsi il Castello di Lombardia, qui a Enna, e ci demmo appuntamento. Arrivai prima io. Avevo la macchina fotografica in mano e, mentre aspettavo, cominciai a girare per il perimetro del Castello. Guardavo la luce, gli angoli delle mura, le persone che passavano. Poi, da lontano, vidi una giovane donna con un cappotto color cammello. Aveva un taglio classico, ampi revers e bottoni chiari. Sotto portava una giacca scura e un foulard di seta sui toni del beige rosato. Quando fummo vicini le chiesi: “Giulia?” “Sì.” Fu così che la conobbi. Pensavo che avrei dovuto rompere il ghiaccio, come capita quando incontri per la prima volta una persona che deve stare davanti alla tua macchina fotografica. Invece Giulia cominciò a parlare con una naturalezza che mi mise subito a mio agio. Mi raccontò di sé, di Giovanni, suo marito, che era morto di cancro. Io lo conoscevo, ma non sapevo che fossero sposati. Mi parlò della loro bambina. Poi mi disse che anche lei stava attraversando la stessa malattia. Stava facendo la chemioterapia. Lo disse senza costruirci intorno un dramma. Era quello che mi colpiva mentre la ascoltavo. Parlava di cose enormi con una semplicità disarmante. Mi disse che non poteva permettersi di lasciarsi andare. Aveva suo padre e sua figlia. Davanti a loro cercava di essere quella di sempre: una battuta, un sorriso, un modo per alleggerire le preoccupazioni.
106 Io la guardavo e pensavo a quanto può essere difficile fare una cosa del genere quando dentro hai paura. Quel giorno fotografai una donna elegante. Ma ricordo soprattutto il modo in cui parlava. L'ultima volta che la vidi fu durante le festività della nostra Patrona. Ero a Montesalvo con la macchina fotografica, intento a fare fotografie, quando passò in macchina con sua mamma alla guida. Mi vide. Alzò una mano per salutarmi. Si fermarono poco più avanti. Mi venne incontro; mi disse: “Ho detto a mia mamma: fermati, devo salutare il mio angelo.” Non ho mai dimenticato quella frase. Più tardi sua mamma mi raccontò una cosa che ancora oggi mi fa pensare a quel giorno al Castello. Quando l'avevo contattata per quello shooting, Giulia era stata felice. Per qualche ora era uscita dalla sua malattia. Era uscita di casa per pensare a sé, per vestirsi bene, per sorridere, per sentirsi semplicemente Giulia. Io quel giorno credevo di aver fatto delle fotografie a una modella. Oggi mi rendo conto che avevo incontrato una persona che mi aveva affidato, senza che io lo sapessi, qualcosa di molto più importante. Oggi Giulia non c'è più. Mi rimane il suo cappotto color cammello. Mi rimane quel sorriso. E soprattutto mi rimangono quegli occhi, a Montesalvo, quando mi riconobbero in mezzo alla gente. La fotografia è rimasta. Giulia no.
107 E forse è proprio questo che rende alcune fotografie più difficili da guardare quando le persone che vi sono dentro non ci sono più. Un carissimo amico, scrittore e filosofo, dopo aver letto questo mio ricordo, mi ha detto una frase che mi è rimasta dentro: “Questa è anche la tua fotografia: rendere eterno un istante nel quale Giulia sarà sempre presente.” Da allora, quando guardo quella fotografia, penso proprio a questo. Il tempo ha portato via Giulia. Ma non quel momento.
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109 RACCONTARE GIULIA Il silenzio del coraggio Ci sono fotografie che, col tempo, smettono di essere soltanto fotografie. Quella di Giulia è una di queste. Oggi la guardo diversamente da quando l'ho scattata. Allora vedevo un volto, una luce, uno sguardo che mi aveva colpito. Oggi vedo molto di più, ma non perché quella fotografia mi abbia finalmente raccontato chi fosse Giulia. Al contrario. Mi ha insegnato quanto poco possiamo sapere di una persona guardandola attraverso un obiettivo. La luce arriva di lato e attraversa il viso senza addolcirlo. Disegna i lineamenti, entra nelle ombre, lascia vedere la pelle così com'è. Non c'è niente di costruito. Niente da correggere. E forse è proprio questo che mi colpisce ancora oggi: quel volto non cerca di essere diverso da quello che è. Poi ci sono gli occhi. È lì che la fotografia, ogni volta che la riguardo, mi costringe a fermarmi. Non perché riesca a capire cosa stessero dicendo in quel momento. Non lo so. E non voglio inventarlo adesso. Uno sguardo fotografato non è una confessione. È soltanto un istante. Possiamo osservarlo, possiamo lasciarci attraversare da quello che ci comunica, ma non possiamo entrare davvero nella persona che abbiamo davanti. Questa è una cosa che ho capito con il tempo. Quando fotografiamo qualcuno, pensiamo spesso di essere noi a osservare. In realtà, mentre guardiamo, portiamo dentro quella fotografia anche qualcosa di noi. Le nostre esperienze, le nostre domande, le cose che abbiamo vissuto. Forse è per questo che una fotografia può cambiare senza cambiare. L'immagine rimane identica.
110 Siamo noi a non essere più gli stessi quando la riguardiamo. Oggi, davanti a quel ritratto, non cerco più di capire cosa ci fosse dietro quello sguardo. Mi basta riconoscere quello che mi comunica. Una forma di silenzio. Non un silenzio vuoto, ma quello di chi non ha bisogno di mostrare tutto. E dentro quel silenzio c'è anche una forza che allora non avevo gli strumenti per riconoscere. Eppure, ogni volta che torno su quella fotografia, quello sguardo mi trasmette qualcosa che allora non sapevo riconoscere. Non è nella posa. Non è nel sorriso, che non c'è. È nel modo in cui resta lì, davanti all'obiettivo, senza cercare di nascondersi e senza cercare di apparire diversa da quello che è. Ed è forse proprio questo che oggi mi colpisce di più. Quella calma. Quel modo silenzioso di stare davanti a me. È questo che oggi leggo in quella fotografia. Non la storia di Giulia. Quella storia appartiene alla sua vita, non a un'immagine. Io posso soltanto raccontare ciò che quel ritratto continua a suscitare dentro di me. E ogni volta che lo guardo penso a quanto sia sottile il confine tra ciò che una persona ci mostra e ciò che sceglie di tenere per sé. La fotografia può fermare un volto. Può fermare uno sguardo. Può persino farci sentire qualcosa che non sappiamo nominare. Ma non può attraversare quel confine. E forse è proprio questo il suo limite più bello. Non deve spiegare tutto.
111 Deve lasciarci davanti a qualcosa. A una domanda. A un silenzio. A un volto che, anche dopo tanto tempo, continua a guardarci. E oggi, davanti a quella fotografia, non sento il bisogno di aggiungere altro. Mi basta quello sguardo. Il resto appartiene al silenzio.
112 RACCONTARE GIULIA Sfidando l’azzurro Ci sono giorni in cui il cielo sembra troppo grande. Lo guardi e, per qualche istante, quello che ti porti dentro sembra occupare meno spazio. Non scompare. Semplicemente, smette di essere l'unica cosa che riesci a vedere. E’ questo che mi colpisce il modo in cui Giulia guarda verso l'azzurro. Non cerco di capire cosa stia pensando. Una fotografia può fermare un volto, uno sguardo, un momento. Non può sapere cosa passa nella mente di una persona. Posso raccontare soltanto quello che è successo a me mentre la osservavo. Il suo sorriso era leggero, quasi trattenuto. Non aveva nulla della posa che spesso assumiamo davanti a una macchina fotografica. La luce del giorno le cadeva sul viso e lasciava vedere i segni del tempo. Li ho guardati senza pensare a come correggerli. Da fotografo so che la luce, quando arriva in un certo modo, non fa sconti. Mostra una piega, una linea, una piccola imperfezione. Ma quella volta non ho sentito il bisogno di intervenire. Mi è sembrato giusto lasciare il volto così com'era. Nella vita facciamo spesso il contrario. Impariamo a scegliere cosa mostrare e cosa tenere per noi. Rispondiamo "sto bene" anche quando servirebbe altro. Sorridiamo per non dover spiegare. Giulia sorrideva, ma il suo sguardo sembrava altrove. Non triste. Semplicemente lontano da quello che avevo davanti. Ed è stato lì che la fotografia ha smesso, almeno per me, di essere soltanto un ritratto. In quel volto ho riconosciuto qualcosa che conoscevo. Non la sua storia. La sensazione di andare avanti portandosi dietro domande che non hanno ancora trovato una risposta.
113 Di continuare a vivere senza avere necessariamente messo ogni cosa al proprio posto. Forse è per questo che quel volto mi è rimasto dentro. Non perché sapessi qualcosa di Giulia. Al contrario. Era proprio ciò che non conoscevo a lasciarmi spazio per riconoscermi. Il cielo occupava quasi tutto il resto dell'immagine. Azzurro, senza ostacoli. Davanti a quel volto segnato dal tempo c'era uno spazio che sembrava non avere fine. Guardando la fotografia, penso che sia stato proprio quel contrasto a fermarmi: da una parte tutto ciò che una persona porta con sé; dall'altra qualcosa che non chiede nulla e continua semplicemente a stare lì. Il cielo. Non so cosa stesse guardando Giulia quel giorno. So soltanto che, mentre lei guardava in alto, io ho finito per guardare dentro di me. E forse il coraggio non ha sempre l'aspetto di chi affronta qualcosa a viso aperto. A volte è molto più semplice. Un volto tranquillo. Un sorriso appena accennato. E la capacità di continuare a guardare avanti.
