FU L'IMMAGINE A TROVARE ME VERSIONE CON EDITING

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2 A Giulia Avrei voluto conoscerti in un altro modo. Ho imparato a farlo attraverso le mie fotografie.

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5 PREFAZIONE Ci sono due modi di attraversare il mondo con una macchina fotografica tra le mani. Il primo consiste nel cercare: inseguire la luce perfetta, rincorrere l’evento, pretendere che la realtà si pieghi alla nostra idea di bellezza. È un cammino affannoso, spesso privo di risposte, in cui il fotografo resta un mero spettatore intento a raccogliere forme. Il secondo modo – quello a cui appartengono queste pagine – richiede l’esatto contrario: l’attesa, il silenzio, la resa. Non si tratta di andare a caccia di scatti, ma di sapersi fermare affinché sia il mondo a rivelarsi. Da qui il titolo di questo libro: non fu una ricerca a condurmi verso quell’immagine; fu l’immagine a trovare me. In questo libro non troverete una semplice cronaca visiva delle feste o delle rievocazioni che animano la nostra Enna, dalla devozione profonda per la Madonna della Visitazione all'atmosfera storica della Settimana Federiciana. L’obiettivo non ha cercato il folklore né la monumentalità del costume, ma ciò che vive al di sotto delle apparenze: la dignità di un volto solcato dalle rughe, il calore protettivo di un abbraccio tra le navate del Duomo, la fermezza silenziosa di due mani anziane posate su un arco, la purezza incorrotta negli occhi dei bambini che muovono i primi passi nella tradizione.

6 Quando il vociare della folla si dissipa e lo sfondo arretra in una morbida dissolvenza, ciò che resta è l’essenziale: l’umanità. Ogni scatto qui raccolto è un frammento di tempo strappato all’oblio, una domanda sospesa, un incontro inatteso. Queste pagine sono un invito a camminare piano, a sfogliare i volti e i gesti con la stessa lentezza con cui sono stati accolti, per scoprire che le storie degli altri, in fondo, continuano a parlare di ciascuno di noi.

7 DONELLO SCARPINATO: L'UOMO DIETRO L'OBIETTIVO Chi è Donello Scarpinato è un fotografo ennese radicato nell'entroterra siciliano, a Enna, dove vive e crea. La sua ricerca visiva nasce da un profondo legame con la propria terra e con le sue radici, manifestandosi in uno sguardo capace di scavare oltre la superficie dell'immagine per far emergere la dimensione intima, spirituale e storica dei luoghi e delle persone. Il Lavoro Con un'esperienza quarantennale nella fotografia, il suo percorso spazia dalla documentazione delle tradizioni popolari e delle rievocazioni storiche locali alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. Il suo lavoro non si limita alla narrazione visiva indipendente, ma si intreccia spesso con altre discipline espressive: Scarpinato vanta importanti collaborazioni con scultori e pittori per la documentazione e il dialogo tra arte visiva e materia, portando le sue opere in mostre ed esposizioni dedicate al tema della memoria, del tempo e dell'identità collettiva. La Poetica La poetica di Donello Scarpinato è essenzialmente contemplativa, intima e intrisa di un profondo

8 rispetto per il soggetto. L'atto fotografico, per Scarpinato, non è un'appropriazione né una costruzione artificiale, ma un incontro spontaneo: la fotografia è un'entità che "trova" il fotografo nel momento in cui questo si pone in atteggiamento di ascolto e attesa. L'uso rigoroso del chiaroscuro, la cura per i dettagli minimi — come le rughe di un volto, la tensione delle nocche su un'arma o la dolcezza di un gesto spontaneo — e l'eliminazione del superfluo mediante sfocature avvolgenti sono le sue cifre stilistiche distintive. La sua ricerca punta a trasformare l'istante effimero in un tempo sospeso, universalizzando la storia dei singoli soggetti per farla diventare memoria condivisa. L'Uomo dietro l'Obiettivo Dietro la macchina fotografica c'è un osservatore discreto e sensibile, guidato dall'empatia più che dalla pura tecnica. Per Scarpinato, fotografare non significa mettersi in mostra, ma farsi da parte per lasciare che la realtà parli con la propria voce. È un uomo che crede nel valore del silenzio, nella dignità del lavoro e della memoria anziana, e nella forza composta delle emozioni quotidiane. Nelle sue immagini vive una profonda umanità che riconosce nella semplicità e nella verità dei gesti l'unica forma autentica di bellezza.

9 CAPITOLO 1 IL TEMPO SCOLPITO SUI VOLTI

10 LA CONTADINA ALLA CORTE DI FEDERICO II

11 LA CONTADINA ALLA CORTE DI FEDERICO II Non fu il costume a fermarmi. Fu il volto. Tra decine di figuranti che sfilavano con abiti ricchi di stoffe, colori e ricami, a un certo punto smisi di guardare tutto il resto. Cercavo una storia, non una rappresentazione. Cercavo qualcosa che non potesse essere cucito da un sarto. E poi la vidi. Aveva un fazzoletto avvolto sul capo, un vestito semplice da contadina e un'espressione che sembrava andare oltre quello che stava accadendo nelle strade di Enna. Non aveva niente di particolare, se la guardavo come una delle tante persone che partecipavano alla rievocazione. Eppure non riuscivo più a guardare altro. C'era qualcosa nel suo viso che mi tratteneva.

12 Forse erano le rughe. Forse quello sguardo fermo, quasi distante. O forse era semplicemente il modo in cui stava lì, in mezzo alla confusione, senza sembrare davvero parte di quella confusione. Alzai lentamente la macchina fotografica. Non ricordo di aver pensato all'inquadratura, alla tecnica o alla composizione. In quel momento mi interessava soltanto non disturbare quello che stavo guardando. Lei guardava nella mia direzione, ma non credo vedesse me. Il suo sguardo sembrava andare oltre l'obiettivo. Forse seguiva il corteo. Forse cercava qualcuno tra la folla. Oppure non cercava niente. Magari stava semplicemente pensando ai fatti suoi. Ed è proprio questo che mi colpì. In quell'istante smise di essere una figurante. Diventò una donna. Una donna qualunque, con una vita che non conoscevo e che probabilmente non avrei mai conosciuto.

13 Fu allora che capii che quella fotografia non avrebbe parlato del Medioevo. Avrebbe parlato del tempo. Guardavo le pieghe del suo viso e mi venivano in mente le donne che avevo conosciuto da bambino. Donne che avevano lavorato, cresciuto figli, tenuto insieme una famiglia senza fare troppo rumore. Pensai alle donne siciliane. A quelle che avevano lavorato la terra. A quelle che avevano cresciuto i figli mentre il marito era lontano. A quelle che avevano conosciuto la fatica e che, nonostante tutto, continuavano a preparare da mangiare, a mandare avanti la casa, a pensare prima agli altri. Non sapevo se quella donna avesse vissuto qualcosa di tutto questo. Probabilmente no. O forse sì. Non potevo saperlo. Ma una fotografia non ha bisogno di conoscere tutta la storia di una persona per farci immaginare una vita.

14 Io, davanti a quel volto, sentivo la Sicilia. Non quella delle cartoline. Quella che avevo conosciuto attraverso le persone. Quella fatta di lavoro, silenzi, sacrifici e dignità. Quella che spesso non si mostra, ma che basta un volto per far tornare a galla. Premetti il pulsante di scatto. Il clic dell'otturatore durò una frazione di secondo. Poi la scena continuò. La gente continuò a camminare, il corteo proseguì, i fotografi tornarono a cercare il personaggio successivo. Io andai avanti. Solo a casa, riguardando la fotografia, mi accorsi di quanto tutto il resto fosse finito sullo sfondo. La folla era diventata una massa indistinta. I colori dei costumi si erano mescolati. Il rumore della festa non esisteva più. Era rimasta lei. Quel volto.

15 Quello sguardo. E mi resi conto che, senza volerlo, avevo fotografato qualcosa che andava molto oltre la rievocazione storica. Ogni volta che riguardo quella fotografia mi capita ancora di chiedermi chi fosse davvero quella donna. Non conosco il suo nome. Non so da dove venisse. Non so quale fosse la sua vita prima di quel giorno, né cosa abbia fatto dopo. So soltanto che, per qualche secondo, in mezzo a una festa costruita per riportare indietro il tempo, il suo volto mi ha fatto pensare a un tempo molto più vicino. A quello delle persone che hanno vissuto prima di noi. Forse è proprio questo che cerco quando fotografo. Non la scena perfetta. Non il personaggio più bello. Non qualcosa che faccia semplicemente dire: «Che bella fotografia».

16 Cerco quel momento in cui, dentro ciò che sto guardando, riesco a riconoscere qualcosa che appartiene anche a me. Quel giorno non tornai a casa soltanto con la fotografia di una figurante della Settimana Federiciana. Tornai con il volto di una donna che non conoscevo e che, proprio per questo, poteva diventare tante donne. Forse è questa la cosa più strana della fotografia. Riesce a fermare una persona che non conosci e, qualche volta, a farci riconoscere qualcuno che invece conosciamo da sempre.

17 CHIAROSCURO FEDERICIANO

18 Chiaroscuro federiciano Quel giorno, a Enna, la Settimana Federiciana aveva riempito le strade di colori. C'erano tamburi, bandiere, armature, velluti. I figuranti passavano tra i vicoli e la gente cercava il personaggio più bello, il costume più ricco, il momento più spettacolare da fotografare. Anch'io avevo la macchina fotografica in mano. All'inizio guardavo quello che guardavano tutti. Poi, come mi capita spesso, ho iniziato a guardare un po' più lontano. Non perché stessi cercando qualcosa di particolare. Forse, semplicemente, mi ero stancato di fotografare ciò che era già evidente. È stato allora che l'ho visto. Era fermo poco distante dal percorso della parata. Indossava una veste semplice, ruvida, e un cappuccio di panno scuro gli copriva parte del capo. Aveva la barba incolta, la pelle segnata dal sole e un volto che mi colpì subito. Non era il costume.

19 Era il volto. In mezzo a tutte quelle persone vestite per sembrare appartenere a un altro tempo, lui mi sembrava quasi il meno costruito di tutti. Non guardava i fotografi. Non cercava il pubblico. Non sembrava interessato a farsi notare. Aveva lo sguardo abbassato. Mi sono fermato a guardarlo. Intorno continuavano a passare persone, bambini, famiglie. I tamburi riempivano la strada e gli sbandieratori attiravano gli occhi della folla. Ma, per qualche secondo, ho smesso di vedere tutto il resto. Ho pensato alla Sicilia e alla sua storia. A Federico II. A questa terra che, già nel Medioevo, era attraversata da lingue, culture e popoli diversi. Forse fu soltanto un'associazione nata in quel momento. Non sapevo nulla di quell'uomo e non potevo sapere quale storia portasse con sé. Sapevo soltanto che, guardandolo, mi era venuto da pensare a quanto siano strane le appartenenze.

20 Ci mettiamo addosso un nome, un ruolo, un abito, un modo di presentarci agli altri. E a volte basta poco perché tutto questo perda importanza. Ho sollevato la macchina fotografica. Quella volta non volevo il colore della festa. Volevo il volto. Il nero del cappuccio. La luce che sfiorava la stoffa. Il profilo del naso, la barba, le labbra appena socchiuse. Una parte del viso rimaneva nell'ombra. Ho messo a fuoco. Sono rimasto fermo per un istante. C'è un momento, prima di ogni fotografia, in cui puoi ancora decidere di non scattare. Poi ho premuto. Un solo scatto. L'otturatore si è chiuso e, subito dopo, la strada ha ripreso a muoversi. Una famiglia è passata davanti a lui. Qualcuno rideva. I tamburi continuavano a battere. Gli sbandieratori richiamavano l'attenzione della folla.

21 Lui si è spostato di qualche centimetro. E io l'ho perso dentro il resto della festa. Sono rimasto ancora un momento con la macchina fotografica in mano. Non ricordo quanto tempo. Ricordo soltanto di aver guardato la pietra sotto i miei piedi e di aver pensato a quella fotografia. A volte crediamo di dover trovare qualcosa di speciale per fare una buona fotografia. Quel giorno mi accorsi del contrario. Avevo trovato un uomo proprio quando avevo smesso di cercare qualcosa di speciale. Non conoscevo il suo nome. Non sapevo da dove venisse. Non sapevo se quella veste raccontasse davvero qualcosa di lui o fosse soltanto un costume indossato per la festa. E forse era proprio questo a rendere interessante quel momento. La fotografia non mi aveva raccontato la sua storia.

22 Mi aveva ricordato quanto poco sappiamo delle persone che incrociamo. Possiamo vedere un volto, un abito, un gesto. Possiamo immaginare tutto il resto, ma rimane sempre qualcosa che non ci appartiene. Quella fotografia è rimasta con me per questo. Non per il Medioevo. Non per la festa. Non per il costume. Per quel volto che, per un attimo, era riuscito a uscire dalla rappresentazione. E ancora oggi, quando la guardo, penso che forse la fotografia serva anche a questo: a ricordarci che dietro quello che vediamo c'è sempre qualcuno che non conosciamo davvero. Quel giorno avevo fotografato un uomo vestito come se appartenesse a un altro tempo. Ma nella fotografia, alla fine, è rimasto soltanto un volto. E forse basta quello per ricordarci che, prima di tutto ciò che diciamo di essere, siamo ancora lì.

23 MAESTRA D’ARCO

24 MAESTRA D’ARCO Ci sono fotografie che nascono dagli occhi. Altre nascono prima ancora che tu abbia il tempo di pensarci. Questa è una di quelle. La Settimana Federiciana animava ancora una volta le vie di Enna. C’era il solito rumore della festa: i tamburi, le voci della gente, gli stendardi, i figuranti che sfilavano nei loro costumi. E, come sempre, c’erano i fotografi. Ognuno cercava il personaggio più particolare, il costume più ricco, il volto capace di attirare l’attenzione. Io guardavo. Ma non cercavo necessariamente la stessa cosa. Con il tempo avevo imparato che un volto può raccontare molto. E che, qualche volta, sono le mani a raccontare ancora di più. Gli arcieri si stavano preparando. Fu allora che il mio sguardo scese quasi per caso. Le vidi.

25 Due mani anziane, posate una sull’altra. Non facevano nulla di particolare. Non c’era un gesto spettacolare, nessuna posa costruita. Eppure mi fermai. Erano mani segnate dal tempo. Le vene affioravano sotto la pelle, le dita mostravano gli anni, le nocche raccontavano una vita che non conoscevo. Mi colpirono soprattutto per una cosa: erano ferme, ma non immobili. Avevano una calma che non apparteneva alla rievocazione storica. Apparteneva alla vita. Accanto a quelle mani c’era l’arco. Mi sembrò quasi un contrasto. Da una parte, uno strumento costruito per tendere una corda e scagliare una freccia. Dall’altra, quelle mani che il tempo aveva lentamente trasformato. In quel momento capii cosa volevo fotografare. Non l’arciere.

26 Le mani. Forse è proprio questo che significa, a volte, imparare a vedere: accorgersi di qualcosa che non sta cercando di farsi notare. La macchina fotografica era già pronta. Avrei potuto cercare il volto della donna. Sarebbe stata una fotografia più immediata, forse anche più facile da leggere. Invece decisi di lasciarlo fuori. Non volevo sapere chi fosse. Volevo raccontare ciò che quelle mani mi avevano fatto pensare. Mi venne da immaginare quante cose avessero fatto prima di arrivare lì. Forse avevano lavorato. Forse avevano cresciuto dei figli. Forse avevano stretto altre mani, preparato il cibo, accarezzato qualcuno, salutato persone che non c’erano più. Non potevo saperlo.

27 Ed era proprio questo il bello. La fotografia mi permetteva di fermarmi davanti a qualcosa che non conoscevo e, senza inventarne la storia, lasciare che fosse la mia immaginazione a cercarla. Alzai la macchina fotografica. Un click. Il resto della scena si allontanò. I figuranti, la gente, i colori della festa, i rumori. Lo sfondo finì nel fuori fuoco e rimasero quelle mani, insieme all’arco. Quando riguardai la fotografia, mi accorsi che non raccontava quasi nulla della Settimana Federiciana. Eppure raccontava qualcosa. Il tempo. Non quello dei libri di storia. Quello che passa sulle persone. Quello che modifica la pelle, cambia le mani, lascia segni che non possono essere cancellati.

28 Forse è questo che mi aveva fermato. Non la vecchiaia. Il fatto che quelle mani fossero ancora lì. Ancora capaci di stringere un arco. Ancora presenti. Ancora dentro qualcosa che continuava ad accadere. Da allora, quando riguardo questa fotografia, non penso più alla rievocazione medievale. Penso a quanto spesso guardiamo le persone senza riuscire davvero a vederle. Guardiamo un volto, un vestito, un ruolo. E ci fermiamo lì. Quel giorno, invece, il volto l’ho lasciato fuori dall’inquadratura. E forse è stato proprio quel piccolo gesto a permettermi di vedere qualcosa che altrimenti avrei perso. Due mani. Un arco.

29 E una vita intera che non conoscerò mai. Forse una fotografia non deve sempre raccontare chi abbiamo davanti. A volte basta che ci faccia intuire tutto quello che non possiamo vedere.

30 QUELLO CHE I SUOI OCCHI VDEVANO

31 QUELLO CHE I SUOI OCCHI VEDEVANO Seduto sulla soglia di casa, affacciata direttamente sulla strada, c'era un vecchio. Stringeva tra le mani un bastone e lo teneva con la naturalezza di chi lo usa da così tanto tempo da non farci più caso. Non so da quanto tempo fosse lì. Guardava davanti a sé, verso la strada, ma avevo la sensazione che i suoi occhi fossero altrove. Le persone passavano, le automobili continuavano a muoversi e lui sembrava non accorgersi di nulla. Lo osservavo da lontano. Mi sono chiesto cosa potesse vedere. Forse aspettava qualcuno. Un figlio, magari. Oppure un vecchio amico che non vedeva da anni. O forse non aspettava proprio nessuno. Poteva semplicemente essere uscito a sedersi lì, come si fa quando si ha bisogno di stare un po' da soli. Non potevo saperlo.

32 Eppure, guardandolo, ho cominciato a immaginare. Ho pensato a una casa piena di voci, a una moglie che un tempo gli passava accanto mentre faceva le cose di tutti i giorni. A dei figli bambini, a una tavola apparecchiata la domenica, a qualcuno che rideva troppo forte. Ho pensato al primo figlio. Al primo pianto che un padre ascolta e che, anche dopo tanti anni, può tornare alla memoria senza essere chiamato. Non sapevo nulla di quell'uomo. Non sapevo se avesse avuto una moglie, dei figli, una casa piena di gente o una vita completamente diversa da quella che stavo immaginando. Erano soltanto pensieri miei. Forse proprio per questo quella scena mi aveva colpito. Da lontano vedevo un uomo anziano seduto sulla soglia. Ma dentro quella persona potevano esserci decine di anni che io non avrei mai potuto conoscere. La strada, intanto, continuava a vivere.

33 Qualcuno passava davanti a lui senza nemmeno guardarlo. Un'automobile attraversava la strada. Una porta si apriva e si chiudeva poco più avanti. E lui rimaneva lì. Con il bastone tra le mani. Mi sono trovato a pensare che forse, quando gli anni diventano tanti, alcuni ricordi non arrivano più come storie intere. Restano pezzi. Un volto. Una voce. Una casa. Una domenica. Una mano. Un bambino. Poi magari basta qualcosa di piccolo per farli tornare: un odore, una voce sentita per caso, una luce che entra dalla finestra nello stesso modo di tanti anni prima. Forse quell'uomo stava ricordando qualcosa. O forse non ricordava proprio niente.

34 Questo non lo saprò mai. Io ero lontano, al mio balcone. Tra me e lui c'era tutta la strada. Non gli ho parlato. Non sapevo chi fosse e non volevo interrompere quel momento. Ho semplicemente preso la macchina fotografica e ho guardato attraverso il mirino. In quel momento ho capito anche una cosa che, fotografando, mi capita spesso di dimenticare: una fotografia non può raccontare tutto quello che c'è dentro una persona. Può mostrare un volto, una postura, un gesto. Può fermare un istante. Ma non può dirci cosa sta passando nella mente di chi abbiamo davanti. E forse è proprio questo il bello. Io potevo fotografare soltanto quello che vedevo: un uomo seduto sulla soglia, il bastone stretto tra le mani, lo sguardo rivolto verso la strada. Tutto il resto apparteneva a lui.

35 La sua vita. I suoi ricordi. Le persone che aveva amato. Quelle che forse non c'erano più. Le cose che ricordava e quelle che, con il tempo, aveva dimenticato. Premetti il pulsante di scatto. La fotografia era fatta. Ma quello che avevo fotografato era soltanto la parte visibile di quella scena. Il resto lo avevo immaginato io. Ed è forse per questo che, ancora oggi, quando ripenso a quella fotografia, non vedo soltanto un vecchio seduto davanti a casa. Vedo una persona di cui non conosco la storia e che, per qualche minuto, mi ha fatto pensare a quanto poco riusciamo a vedere della vita degli altri. Lui era lì, davanti ai miei occhi. La sua storia, invece, era da un'altra parte.

36 E quella non potevo fotografarla.

37 CAPITOLO 2 IL PESO E LA GRAZIA DELLA FEDE

38 TRA DUE MADRI

39 Tra due madri Entrai nel Duomo con una sola idea in testa: trovare una fotografia. Non sapevo ancora quale. Sapevo soltanto che, in mezzo a tutta quella gente, avrei voluto trovare qualcosa che andasse oltre la festa, oltre i costumi, oltre la processione. Era il giorno della Madonna della Visitazione, patrona di Enna. Il Duomo era pieno. C’era l’odore dell’incenso, il caldo della gente ammassata e il sudore dei confrati. Le voci si intrecciavano sotto le volte, mentre i fedeli pregavano, tenevano il rosario tra le dita o guardavano verso la Madonna. Io camminavo piano, con la macchina fotografica tra le mani. Guardavo i volti. Aspettavo. Non cercavo necessariamente una scena particolare. Cercavo qualcosa che mi facesse fermare. Per un po’ non trovai nulla.

40 Poi vidi un padre piegarsi verso il figlio. Gli indicò la statua della Madonna e il bambino seguì con gli occhi la direzione del suo dito. Rimasi a guardarli per qualche secondo. Era una scena semplice. Un padre che mostrava qualcosa a suo figlio. Un gesto che, probabilmente, quel bambino avrebbe dimenticato. Scattai una fotografia e continuai a muovermi. Pensavo ancora a quella fotografia che non avevo trovato. Poi, ai piedi della Vergine, vidi una madre stringere a sé un giovane. Mi fermai. Non so esattamente cosa mi colpì per primo. Forse il modo in cui lo teneva. Non sembrava un semplice abbraccio. C’era dentro qualcosa di più. Il ragazzo era raccolto tra le sue braccia e lei lo sosteneva con una naturalezza che non aveva bisogno di spiegazioni. Ma lui non guardava la madre. Guardava Maria.

41 Fu quello a farmi portare la macchina fotografica all’occhio. Per qualche secondo rimasi fermo. Intorno a loro continuava tutto come prima. La gente passava, le preghiere continuavano, qualcuno si spostava per cercare un posto migliore. Io, invece, avevo smesso di guardare il resto. C’erano loro tre. Una madre. Un figlio. E Maria. Premetti il pulsante. Lo scatto fu quasi impercettibile. Abbassai la macchina fotografica e riguardai la scena ancora per qualche istante. Avevo fotografato un abbraccio. O forse due. Quello visibile di una madre che teneva stretto il proprio figlio.

42 E quello che io, in quel momento, avevo sentito tra loro e la Madonna. Non so se quella madre pensasse a questo. Probabilmente no. Forse, per lei, era semplicemente il modo di stare accanto a suo figlio. Ma è proprio questo che mi piace della fotografia. A volte accade qualcosa che chi è dentro la scena non vede e che, invece, chi sta dall’altra parte della macchina fotografica riesce a percepire. Quella fotografia non raccontava soltanto una festa religiosa. Raccontava una madre che teneva stretto suo figlio davanti a un’altra Madre. E mentre guardavo la fotografia sul piccolo schermo della macchina, capii di aver trovato quello che ero entrato nel Duomo a cercare. Non una scena perfetta. Una storia. La loro. E, forse, anche un piccolo pezzo della mia.

43 IL PESO DELLA COMUNIONE

44 Il peso della comunione Non ricordo più il momento preciso in cui ho deciso di fermarmi. Ricordo però cosa mi ha fatto fermare. Ero in mezzo alla folla, durante la processione. Enna, quel giorno, sembrava avere cambiato volto. C’erano le voci della gente, i passi, i richiami, il rumore della strada e quello più sordo dei confrati che avanzavano insieme, seguendo lo stesso ritmo. Guardavo la processione come avevo fatto tante altre volte. Ma quel giorno non cercavo il costume più bello, il momento più spettacolare o la fotografia che avrebbe attirato maggiormente l’attenzione. Cercavo qualcosa che avesse dentro una storia. Durante una processione è facile lasciarsi prendere da ciò che si vede. I colori, le vesti, la folla, il movimento della vara. Tutto sembra chiedere di essere fotografato. Continuavo a osservare gli uomini che tiravano la corda. Erano una cosa sola, ordinati nello stesso movimento, come se ognuno conoscesse il passo dell’altro.

45 Poi vidi lui. Era piegato sulle gambe. La veste bianca toccava il basolato e il corpo era proteso in avanti. Aveva le mani strette alla corda e tirava insieme agli altri, seguendo la curva della vara. Mi fermai a guardarlo. Non vedevo soltanto un uomo che tirava. Vedevo qualcuno che portava. Forse fu quello a colpirmi. Il suo corpo mostrava la fatica senza bisogno di altro. E quella corda sembrava tenere insieme quegli uomini più ancora del movimento che stavano compiendo. La processione continuava a muoversi. Io, invece, rimasi fermo per qualche secondo. Forse perché in quella posizione c’era qualcosa che conoscevo. Non quella corda, naturalmente. Ma il peso.

46 Nella vita ci sono pesi che nessuno vede. Responsabilità, preoccupazioni, attese, cose che ci portiamo dentro senza raccontarle. A volte continuiamo ad andare avanti anche quando avremmo voglia di fermarci. Guardando quell’uomo, pensai proprio a questo. Non so se lui stesse pensando a qualcosa mentre tirava. Probabilmente no. Forse stava semplicemente facendo ciò che aveva fatto altre volte, insieme agli altri. Io, però, in quel momento vedevo quel gesto in un altro modo. La fatica di uno diventava parte della forza di tutti. Aspettai. Non volevo fotografarlo soltanto per la sua posizione. Cercavo il momento in cui gli uomini, la corda, la curva della vara e il corpo proteso trovassero il loro equilibrio dentro la scena. Poi arrivò. E scattai. Riguardando oggi quella fotografia, non penso alla macchina fotografica o alle impostazioni che avevo scelto.

47 Penso a quel corpo piegato sotto lo sforzo, alla corda stretta tra le mani, mentre tutto intorno continuava a muoversi. E penso a quanto spesso, nella vita, continuiamo a tirare senza sapere quanto ancora riusciremo a farlo. Forse è per questo che quella fotografia è rimasta con me. Quel giorno avevo cercato una fotografia. Ho trovato un uomo che tirava una corda. E, per qualche secondo, mi è sembrato di riconoscermi in lui.

48 IL GESTO

49 Il gesto A volte è un gesto piccolo a fermarti. A Pergusa, nel giorno della festa per U Signuruzzu du lacu, ero sulla riva del lago. L’aria era umida e aveva quell’odore particolare dell’acqua e della terra bagnata. L’imbarcazione era già pronta. Si muoveva appena, legata all’ormeggio, mentre intorno le persone si preparavano per il rito. La croce era già sulla barca. C’erano i confratelli, il simulacro, la gente che si spostava da una parte all’altra. Ognuno sembrava avere qualcosa da fare. Io guardavo. Non avevo ancora trovato la fotografia. In mezzo a quella confusione, il mio sguardo si fermò su un confratello che si avvicinò al Cristo. Indossava la veste tradizionale e aveva un copricapo scuro. Si inclinò leggermente verso la scultura e sollevò una mano. Aveva un guanto bianco.

50 Con quella mano sistemò la corona di spine sul capo del Cristo. Tutto qui. Eppure rimasi a guardare. Il Cristo era immobile. Il volto, il costato, le spine: tutto parlava della Passione. Davanti a quella figura scolpita, invece, c’era un uomo che si muoveva con una cura quasi familiare. Quel guanto bianco sfiorava il legno. Fu quello a colpirmi. La mano risaltava sul legno scuro. Sembrava quasi fuori posto e, proprio per questo, diventava impossibile da ignorare. La guardai ancora per qualche secondo. Poi presi la macchina. Non cercai un’altra inquadratura. Non aspettai qualcosa di più spettacolare. Quello che avevo davanti mi bastava. Nel mirino c’erano il Cristo, la corona, quella mano guantata e, più lontano, il lago. Scattai.

51 Quando rividi la fotografia, mi accorsi che il bianco e nero aveva reso ancora più evidente quello che mi aveva fermato sul momento. Il guanto sembrava quasi staccarsi dal resto dell’immagine. Il legno scuro del Cristo, l’acqua e le figure sullo sfondo rimanevano più lontani. Ma il mio sguardo tornava sempre lì. A quella mano. Forse è anche per questo che continuo a fotografare: non sempre serve qualcosa di grande. A volte basta una mano che sistema una corona di spine. Un gesto che dura pochi secondi e che, se non stai guardando davvero, rischia di passare inosservato. Io, quel giorno, l’ho visto. E ho premuto il pulsante.

52 LA LUCE DELLA SOFFERENZA

53 La luce della sofferenza Nicosia, sotto Pasqua, era fredda. Molto più fredda di quanto mi aspettassi. Quel giorno sembrava che l'inverno non avesse nessuna intenzione di andarsene. La gente si stringeva nei cappotti e nelle giacche, mentre la città cominciava a riempirsi di persone, costumi e voci. La Casazza prendeva forma poco alla volta, tra le scene che venivano preparate e i figuranti che si disponevano nei loro ruoli. C'era anche il concorso fotografico. E io ero lì per fotografare. Tre scene: il processo, la flagellazione, la crocifissione. Le conoscevo. Le avevo già viste rappresentate altre volte. Eppure, quando le hai davanti e non le stai guardando attraverso uno schermo o in una fotografia, qualcosa cambia. Durante il processo cercavo gesti, espressioni, particolari. Provavo a capire dove potesse esserci una fotografia. Poi arrivò la flagellazione.

54 Fu lì che mi fermai. La crocifissione venne dopo. Non ricordo esattamente cosa mi colpì per primo. Forse la posizione del corpo. Forse la luce che cadeva sulla figura lasciando il resto più scuro. O forse furono gli occhi chiusi. Ricordo però che rimasi a guardare. Per qualche secondo dimenticai quasi la macchina fotografica che avevo in mano. Non stavo più cercando un'immagine. Stavo guardando Cristo. E fu una sensazione strana, perché fino a quel momento ero lì con la testa del fotografo: cercavo una composizione, una luce, un'espressione, qualcosa che potesse funzionare. In quel momento, invece, tutto questo passò in secondo piano. C'era soltanto quella figura. Portai la macchina fotografica verso di lui e scattai. Non ricordo quanti scatti feci in quella scena. Ma ne ricordo uno.

55 Quello che, ancora prima di rivederlo sul monitor, avevo la sensazione di aver portato a casa davvero. Credo che a volte succeda questo. Non sai ancora se una fotografia è bella, se è tecnicamente riuscita, se avrà qualcosa da dire agli altri. Ma mentre la scatti senti che c'è qualcosa che ti ha fatto premere il pulsante. E spesso non sai nemmeno spiegare cosa sia. Lo capisci dopo. A casa, lontano dal freddo di Nicosia e dal rumore della manifestazione, aprii quella fotografia sul monitor. La guardai con calma. Fu allora che mi accorsi di una cosa che sul momento non avevo visto. Quella luce mi ricordava Caravaggio. Mi venne in mente La Flagellazione di Cristo di Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Non perché avessi cercato di ricrearla e nemmeno perché avessi pensato a quel dipinto mentre fotografavo. Era successo il contrario.

56 Avevo scattato d'istinto. Solo dopo avevo riconosciuto qualcosa che, evidentemente, avevo già dentro gli occhi. Quella luce che prendeva il corpo e lasciava il resto nel buio. Quella presenza fisica della figura. Quel contrasto tra ciò che veniva mostrato e ciò che rimaneva nascosto. Cominciai allora a lavorare sulla fotografia. Toglievo ciò che non serviva. Eliminavo gli elementi che distraevano. Cercavo di rendere più profondo il buio e di lasciare alla luce il compito di raccontare la figura. Non volevo rendere la fotografia più spettacolare. Volevo avvicinarla a quello che avevo sentito quando l'avevo scattata. Era questo il punto. La post-produzione, in quel momento, non serviva a trasformare una fotografia in qualcosa che non era. Serviva a togliere tutto ciò che impediva di vedere ciò che io avevo visto.

57 Alla fine l'immagine aveva assunto un'atmosfera che ricordava quel mondo scuro e drammatico che avevo ritrovato nei dipinti di Caravaggio. Ma il Caravaggio era soltanto un riferimento. La fotografia rimaneva mia. E forse è proprio questo che cerchiamo, ogni volta che portiamo la macchina fotografica agli occhi. Non riprodurre semplicemente ciò che abbiamo davanti. Capire perché, tra tutto quello che potevamo vedere, proprio quella cosa ci ha costretto a fermarci. Quel giorno, a Nicosia, io mi ero fermato davanti a un volto, a una luce e a una sofferenza. La fotografia venne dopo.

58 CAPITOLO 3 PICCOLE MANI, GRANDI PASSI

59 IL FUTURO HA GLI OCCHI DI UN BAMBINO

60 Il futuro ha gli occhi di un bambino Ci sono fotografie che scatti perché senti che, un giorno, ciò che hai davanti potrebbe non esserci più. Credo sia anche per questo che continuo a portare con me la macchina fotografica durante le manifestazioni della fede popolare. Non cerco soltanto immagini da conservare. Cerco quei piccoli momenti che raccontano qualcosa di noi. Quel giorno, nel Duomo di Enna, non cercavo la scena più solenne o il momento più spettacolare. Guardavo le persone. Tra i confrati vestiti di bianco e azzurro, il movimento della processione e la gente raccolta intorno al rito, il mio sguardo si fermò sui bambini. Non stavano facendo nulla di particolare. Erano lì, dentro qualcosa che apparteneva agli adulti e che, in qualche modo, stava già diventando anche loro. Li osservavo senza cercare una posa. Nessuno guardava verso la mia macchina fotografica. C'era chi osservava incuriosito, chi cercava di capire, chi era concentrato sul proprio compito.

61 Poi vidi quello con gli occhiali rossi. Il mio sguardo tornava continuamente su di lui. Non perché fosse più importante degli altri, ma perché c'era qualcosa nel suo modo di guardare che mi aveva fermato. Mi sono chiesto cosa avrebbe significato per lui, un giorno, ricordare quel momento. E allora ho pensato a una cosa semplice: cosa resterà, domani, di quello che oggi celebriamo? Continuai a guardare. I nastri azzurri, i volti, le mani, le persone strette una accanto all'altra. La scena cambiava continuamente e io cercavo il momento in cui tutto riuscisse a stare insieme dentro un'unica fotografia. Pensai agli "Ignudi", agli uomini che ogni anno affrontano la fatica, il sacrificio e il lungo cammino per rendere gloria alla Madre di Dio. Una tradizione che appartiene alla memoria di un'intera comunità. Ma quel giorno il mio pensiero tornava ai bambini. Perché mentre guardavo loro, mi resi conto che quella tradizione non apparteneva soltanto a chi l'aveva ricevuta in passato.

62 Stava passando davanti ai miei occhi. Forse non ne comprendevano ancora tutto il significato. Per loro poteva essere semplicemente qualcosa da vivere insieme alle proprie famiglie. Ma un giorno avrebbero potuto ricordare quei luoghi, quei volti, quei colori. E forse qualcuno di loro avrebbe continuato. Era questo che volevo lasciare dentro la fotografia. Anche la luce, durante l'elaborazione, l'ho cercata in quella direzione. Non volevo una fotografia fredda, soltanto documentaria. Ho scelto toni caldi, un contrasto più morbido e una grana leggera. Volevo che avesse qualcosa della memoria, senza trasformare quel momento in qualcosa che non era. Quella fotografia, alla fine, è rimasta. Oggi, quando la guardo, non vedo soltanto una processione. Vedo una tradizione che continua negli occhi di chi la sta imparando. E vedo ancora quel bambino con gli occhiali rossi.

63 Forse è stato proprio quello il momento in cui ho premuto il pulsante. Non per fermare il tempo. Ma per ricordare che quello che oggi vediamo può avere ancora un domani. Il futuro, quel giorno, aveva gli occhi di un bambino.

64 PICCOLE SPALLE… MA GRANDI PASSI

65 Piccole spalle… ma grandi passi. Non so se esiste un’età precisa in cui un bambino comprende davvero il significato della fede. Forse certe cose arrivano prima attraverso i gesti: una mano che stringe una corda, un passo fatto insieme agli altri, il silenzio di una strada che, per un giorno, cambia voce. Quel giorno ero lì per fotografare una processione. Avevo davanti il rito, la gente, gli abiti della tradizione. Ma non cercavo la scena più spettacolare. Cercavo una storia. La strada era piena di voci. C’erano le persone ai bordi del percorso, le mamme che seguivano con gli occhi i propri bambini, il rumore dei passi, qualche richiamo tra chi partecipava al corteo. Poi li ho visti. Bambini. Avevano addosso abiti che sembravano troppo grandi per i loro corpi ancora piccoli. Camminavano scalzi e nei loro movimenti si vedeva la fatica. Uno di loro stringeva la corda con entrambe le mani.

66 Era piccolo, ma la presa era forte. Nel volto non c’era niente di costruito. Nessuna posa. Solo concentrazione. Un passo. Poi un altro. La processione continuava lentamente e lui continuava a camminare. Accanto a lui gli altri bambini facevano lo stesso. Qualcuno guardava davanti a sé, qualcuno sembrava distratto, qualcun altro mostrava già quella stanchezza che a quell’età colpisce ancora di più. Rimasi a guardarli per qualche secondo prima di scattare. La corda correva tra le loro mani, piccole rispetto alla sua lunghezza. Camminavano scalzi, un passo dopo l'altro. Fu in quel contrasto che trovai la fotografia. Non nel momento più spettacolare del rito, ma nella fatica di un gesto antico nelle mani di un bambino. Alzai la macchina fotografica. Ho premuto il pulsante.

67 Poi sono rimasto ancora a guardarli. In quel momento ho pensato agli adulti che, prima di loro, avevano camminato su quella stessa strada. A una tradizione ricevuta e che, adesso, passava anche attraverso quelle piccole mani. Forse quei bambini non ne comprendevano ancora il significato. Forse, per loro, era semplicemente una giornata vissuta insieme alle proprie famiglie. Ma un giorno avrebbero potuto ricordare quella strada, quei volti, quella fatica. Io, invece, quando guardo quella fotografia, ricordo soprattutto la corda. E quelle mani che la tenevano stretta. Piccole spalle. Grandi passi.

68 SOLTANTO UNO SGUARDO

69 Soltanto uno sguardo A Pergusa il freddo si sente subito. È l'umidità che sale dal lago e si appoggia ai vestiti, il vento che passa tra le canne e arriva sul viso facendoti stringere un po' di più la giacca. Durante i giorni di Pasqua, quel freddo accompagnava la processione, i confrati, gli stendardi e la gente raccolta intorno a U Signuruzzu du lacu. Camminavo tra la gente con la fotocamera tra le mani. Guardavo gli abiti, gli stendardi, i gesti che si ripetevano da generazioni. Cercavo una fotografia, ma continuavo a spostare lo sguardo. A un certo punto sentii qualcuno che mi guardava. Mi voltai. Poco distante c'era un ragazzino. Era quasi immobile. Indossava l'abito tradizionale da confrate: il rosso intenso del gilet e del copricapo di velluto spiccava contro il verde della vegetazione. Nella mano destra teneva una lanterna. Ma non furono l'abito né la lanterna a farmi fermare.

70 Furono gli occhi. Azzurri, limpidi, attenti. Mi guardava con naturalezza, senza timidezza. Per qualche secondo rimanemmo così. Poi sollevai appena la fotocamera e gli chiesi: «Posso?» Non disse nulla. Sistemò soltanto la presa sul bastone con la lanterna. Per me fu una risposta. Alzai la fotocamera. In quel momento pensai a Steve McCurry e ai suoi ritratti. Non a una fotografia precisa, ma a quello che avevo imparato osservandoli: cercare nella persona qualcosa che andasse oltre la posa. Guardai il ragazzo e aspettai. Volevo che il rosso della veste incontrasse il verde dello sfondo, senza forzare i colori. Volevo fotografare quello che avevo davanti, così com'era. Scattai.

71 Uno solo. Abbassai la fotocamera e gli feci un piccolo cenno con la testa. Lui rispose appena e tornò a guardare la processione. Gli stendardi ripresero a muoversi. La gente passò tra noi e, poco alla volta, il ragazzo si confuse nella folla. Poi non lo vidi più. Rimasero il lago, le canne piegate dal vento e quella fotografia che ancora non avevo visto. Più tardi, davanti al computer, aprii il file. Guardai subito gli occhi. Non controllai la nitidezza della veste né cercai di capire se la fotografia fosse tecnicamente perfetta. Volevo vedere se avevo conservato quello sguardo. Cominciai a sviluppare il RAW. Pochi interventi: la luce sul volto, il contrasto, le ombre. Il rosso del gilet doveva restare quello che avevo visto, così come il verde dello sfondo. Continuavo a tornare al volto del ragazzo.

72 A un certo punto mi accorsi che stavo cercando di migliorare una fotografia che non aveva bisogno di essere migliorata. Dovevo soltanto evitare di cambiarla. La lasciai così. In quegli anni avevo guardato molte fotografie di McCurry e il suo uso del colore era sempre stato una delle cose che più mi attiravano. Quel giorno capii che il colore, per me, non doveva servire a rendere una fotografia più bella. Doveva restituire quella scena. Quel rosso, quel verde, quella luce sul volto facevano parte di ciò che avevo visto. Trasformarli troppo avrebbe significato raccontare un momento diverso. Salvai il file. Rimasi ancora qualche secondo davanti allo schermo. Non sapevo chi fosse quel ragazzo. Probabilmente non ci saremmo mai più incontrati. Ma quella fotografia era rimasta con me. E quando la guardo, ancora oggi, torno a quel momento: io con la macchina fotografica in mano,

73 lui con la lanterna, e per qualche secondo nessuno dei due aveva bisogno di dire altro.

74 LA FOTOGRAFIA CHE NON STAVO CERCANDO

75 La fotografia che non stavo cercando La navata del Duomo, nel giorno dedicato a Maria Santissima della Visitazione, era piena fino all’inverosimile. C’era gente ovunque. Persone ferme, altre che cercavano di avanzare, qualcuno che si spostava di lato per riuscire a vedere. Il profumo dell’incenso si mescolava al calore dei corpi e all’aria pesante della chiesa. Le voci arrivavano da ogni parte, insieme alle preghiere, ai richiami e al rumore dei passi. Avevo la macchina fotografica stretta tra le mani. Ero lì con un compito preciso: documentare il rito della chiusura della statua della Madonna. Quelle fotografie sarebbero poi entrate nel libro a cui stava lavorando un caro amico, per il quale mi ero offerto di curare il racconto visivo. Ma fotografare, in quel momento, non era semplice. Per riuscire ad avvicinarmi bisognava accettare gli spintoni, chiedere permesso, fermarsi, ripartire. Ogni passo sembrava conquistato. Avevo davanti la nicchia dove sarebbe stata riposta la Vergine. Mancavano tre o quattro gradini.

76 Ero riuscito ad arrivare fin lì quando qualcosa mi fece fermare. Era un bambino. Era seduto su uno dei gradini, piccolo in mezzo a quella folla di adulti. Accanto a lui c’era suo padre. Indossava gli abiti della tradizione e stava lì con una serietà che mi colpì subito. Guardava. Non pregava come gli adulti intorno a lui. Non cercava di farsi largo. Non sembrava avere fretta. Guardava e basta. Aveva gli occhi spalancati davanti a tutto quello che gli stava accadendo intorno: le persone, i confrati, la statua, i gesti, le voci. Intorno continuava a succedere di tutto. Una persona mi urtò con la spalla. Persi leggermente l’equilibrio e cercai di proteggere la macchina fotografica con il corpo. Subito dopo arrivò un altro spintone. La folla non si fermava e io non potevo arretrare. Piantai i piedi sul pavimento e rimasi lì.

77 Per qualche secondo smisi di guardare la nicchia. Guardavo lui. Proprio allora mi accorsi che un collega aveva trovato una posizione migliore della mia. Era qualche metro più avanti, più in alto, senza tutta quella gente che gli si stringeva addosso. Da lì avrebbe avuto una visuale molto più pulita e, probabilmente, maggiori possibilità di fotografare bene il rito. Lo guardai e, sorridendo, gli dissi: «Che fortuna.» Mi rispose: «Dipende cosa devi fare.» Lo disse con l’aria di chi era convinto di avere trovato il posto giusto. Io, invece, rimasi lì. Il bambino era ancora seduto sul gradino, con suo padre accanto. Non stava succedendo niente di particolare. Eppure continuavo a guardarlo. Alzai la macchina fotografica.

78 Cercai di non farmi spostare dalla folla. Aspettai che il suo viso si voltasse nella direzione giusta. Trattenni il respiro. Poi premetti il pulsante. Un solo scatto. Abbassai la macchina fotografica. Il rito continuava. La folla continuava a muoversi, la statua sarebbe stata portata nella nicchia e io avrei dovuto continuare a fotografare. Ma quella fotografia era già fatta. Più tardi ripensai alla frase del mio collega. «Dipende cosa devi fare.» Aveva trovato la posizione migliore per fotografare quello che tutti stavamo guardando. Io ero rimasto nel posto peggiore. Ed era proprio da lì che avevo scattato la fotografia che non stavo cercando.

79 CAPITOLO 4 INCONTRI E SOLITUDINI

80 ANATOMIA DI UN PENSIERO

81 Anatomia di un pensiero Il cortile dell’Urban Center tratteneva ancora il caldo del giorno. La pietra restituiva lentamente il calore, mentre intorno continuavano i preparativi per l’intervista. Sedie da sistemare, persone che si salutavano, passi avanti e indietro. Qualcuno armeggiava con i cavi. Dal microfono arrivavano a tratti voci e fruscii. Manuela e Antonio passavano da una parte all’altra, presi dalle ultime cose da fare. Io avevo scelto il margine. Avevo già la macchina fotografica tra le mani. Da lì potevo guardare senza essere coinvolto in quello che stava accadendo. Poi Cinzia iniziò a leggere. Parlava di Le dice niente?, il libro di Totò. Le sue parole entravano nella storia del magistrato Pellerito, nella Palermo del romanzo, nella scomparsa di una bambina e nel percorso di quell’uomo dentro qualcosa che aveva a che fare anche con la propria vita. Ascoltavo.

82 Poi smisi di seguire le parole e guardai Totò. Non parlava. Ascoltava. Aveva una mano davanti alla bocca, le dita appoggiate al mento. Sfioravano la barba grigia e un po’ disordinata. Fu quel gesto a fermarmi. Lo guardai per qualche secondo. La luce della sera arrivava di lato e si fermava sulla giacca di lana, sulla camicia scura, sui capelli chiari. Sul viso metteva in evidenza le rughe. In quel momento non pensai al professore, né all’autore del libro. Guardavo un uomo che ascoltava. Portai la macchina fotografica all’occhio. Nel mirino lo sfondo cominciò a sparire. Le sedie, i cavi, le persone intorno diventarono indistinte. Rimasero il volto, lo sguardo, quella mano sul mento. Aspettai ancora qualche secondo. Poi scattai.

83 Il rumore dell’otturatore si perse quasi subito nella voce di Cinzia. Abbassai la macchina. Totò era ancora nella stessa posizione. Non so se si sia accorto dello scatto. Probabilmente no. Riguardando quella fotografia, ancora oggi, torno a quel momento: una mano sul mento, gli occhi rivolti davanti a sé e, intorno, tutto il resto che continuava a muoversi.

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85 IL SILENZIO DEL TALENTO

86 Il silenzio del talento (a Irene Varveri Nicoletti) Il rumore del pubblico, oltre le quinte, era diventato soltanto un ronzio lontano. Era una sera d’estate. La serata non era ancora cominciata e Irene era seduta su una poltrona, con un blocco di appunti sulle ginocchia. Aveva il copione tra le mani e lo rileggeva. Ogni tanto si fermava, tornava indietro con gli occhi e riprendeva. Quella sera avrebbe condotto il Premio Calogero Gliozzo. Io la guardavo da lontano. Attrice, presentatrice, scrittrice e giornalista. Abituata al pubblico e al palco. Ma in quel momento non c'era niente di tutto questo. C'erano lei, gli appunti e un capo leggermente chino. Stava studiando. Fu questo a farmi fermare. La reflex che avevo tra le mani avrebbe potuto cercare il suo volto, il sorriso, la persona che il

87 pubblico avrebbe visto di lì a poco. Ma non era quello che mi interessava. Guardavo le sue mani sugli appunti. Il microfono era già pronto. Le luci erano quasi al loro posto. Mancava poco. E lei continuava a leggere. Sollevai la macchina fotografica. Volevo fotografare quel momento, prima che iniziasse tutto. Premetti il pulsante di scatto. Per qualche secondo Irene rimase lì, concentrata sulle sue parole. Poi sarebbe arrivato il suo momento. Il mio, invece, era già passato.

88 LA CREAZIONE

89 La creazione (a Mario Termini) Ci sono momenti in cui, davanti a un’opera d’arte, mi chiedo quanto ci sia dell’uomo in quello che sta creando. Quel giorno guardavo Mario. Era chinato sulla sua opera. La figura era ancora incompleta, il volto appena accennato. Intorno, persone e cose si perdevano nel buio. La luce arrivava sulle sue mani e sull’argilla. Guardavo lui. Poi quello che stava facendo. Gli occhi di Mario incontravano quelli della figura che aveva davanti. Uno era ancora quello di un uomo. Gli altri stavano appena comparendo. Fu soprattutto questo a colpirmi. La figura non era finita. C’erano ancora i segni delle dita, piccoli pezzi di argilla da aggiungere, parti del volto da modellare.

90 Le mani di Mario erano sporche di creta. Ce n’era tra le unghie e nelle pieghe della pelle. Prendeva piccoli pezzi d’argilla, li appoggiava sul volto e li lavorava con i pollici. Lo guardavo fare. Pensavo che, prima di essere lì davanti a me, quella figura fosse stata soltanto nella sua testa. Ma non sapevo quanto di quello che vedevo fosse già nella sua idea e quanto, invece, stesse nascendo proprio in quel momento. Poi Mario modellò gli occhi. Fu un gesto piccolo. E qualcosa cambiò. Il volto non era ancora finito, ma adesso c’era un punto su cui fermare lo sguardo. Guardai Mario. Poi tornai alla figura. Per un attimo mi sembrò che quei due sguardi si incontrassero. Sollevai la macchina fotografica.

91 Nel mirino rimasero le mani, l’argilla e quei due volti: uno ancora intento a creare, l’altro appena creato. Aspettai. Poi scattai. Abbassai la macchina e Mario continuò a lavorare. Io rimasi ancora qualche secondo a guardare.

92 UN AMORE SVELATO

93 Un amore svelato Quel pomeriggio, a Castelbuono, ero dentro l’ex chiesa lungo il viale principale per l’allestimento della mostra di Mario Termini e Aldo Petralia. C’erano opere da sistemare, persone che si muovevano da una parte all’altra e quella confusione degli ultimi momenti prima dell’apertura di una mostra. Le sculture di Mario conservavano nei segni della terracotta tutta la forza della materia. I quadri di Aldo riempivano le pareti con una presenza diversa, più silenziosa. Dopo un po’, però, l’afa aveva cominciato a farsi sentire. L’aria sembrava ferma sotto quelle volte. Avevo la gola asciutta e respirare era diventato difficile. Sono uscito. Non avevo in mente una fotografia. Cercavo soltanto un po’ d’aria. Il viale era davanti a me, lungo e luminoso. In fondo, il castello chiudeva la prospettiva con la sua massa antica.

94 Mi sono fermato a guardarlo. Era una di quelle scene che sembrano già pronte per essere fotografate. Il castello, la strada, la luce. Tutto al posto giusto. Ho portato la macchina all’occhio. Ho cercato qualcosa che andasse oltre la semplice bellezza del luogo. Una crepa nella pietra, un’ombra, un particolare. Ma non trovavo niente. Il castello era lì. Imponente. Bellissimo. Eppure non mi diceva nulla. Stavo quasi per abbassare la macchina quando ho visto arrivare due ragazzi. Camminavano lungo il viale. Un ragazzo e una ragazza. Non avevano fretta. Non guardavano intorno. Non sembravano accorgersi di me.

95 Poi ho visto le loro mani. Erano intrecciate. Quella cosa così semplice mi ha colpito più di tutto quello che avevo cercato fino a quel momento. Non c’era una posa. Non c’era niente da costruire. Erano semplicemente due persone che camminavano insieme, tenendosi per mano. In quel momento il castello è rimasto alle mie spalle. Era ancora lì, grande e antico. Ma non era più quello che volevo fotografare. Ho sollevato di nuovo la macchina. Questa volta non ho cercato altro. Ho aspettato. Le loro mani sono rimaste unite mentre continuavano a camminare lungo il viale. Click. Un suono piccolo, quasi niente.

96 Non so chi fossero quei due ragazzi. Non so dove stessero andando. Non so se fossero innamorati o se quel gesto fosse semplicemente una cosa normale tra loro. So soltanto quello che ho visto. Due mani intrecciate. Due persone che camminavano. E un castello che, per una volta, aveva smesso di essere il protagonista. Abbassai la macchina. Loro continuarono a camminare.

97 LA PARTITA

98 La partita Quel pomeriggio, in un piccolo porticciolo del Catanese, ero lì per uno shooting fotografico. Avevo preparato la scena, la luce, l’attrezzatura. Aspettavo che la modella finisse di cambiarsi d’abito. Mentre aspettavo, mi guardai intorno. Fu allora che li vidi. Erano seduti attorno a un tavolo, poco distante da me. Alcuni anziani giocavano a carte. Non conoscevo i loro nomi. Potevo soltanto guardarli. E lo feci. La partita dava un ritmo a quel caldo pomeriggio. Le carte passavano da una mano all’altra, qualcuno parlava, qualcun altro rimaneva in silenzio. Ma più che le carte, mi attiravano i loro volti. Un sopracciglio che si alzava appena. Le labbra che si stringevano.

99 Uno sguardo rivolto all’avversario. Una fronte corrugata nel tentativo di capire quale carta sarebbe arrivata dopo. Piccoli movimenti che duravano appena un istante. Eppure bastavano. Le carte erano nelle loro mani, ma la partita si vedeva soprattutto sui loro visi. Li osservavo e sorridevo. Mi colpiva quella serietà. Per loro, in quel momento, quella partita contava davvero. Non per il valore di ciò che stavano giocando. Contava il fatto di essere lì, seduti allo stesso tavolo. Io, invece, ero lì per fare tutt’altra cosa. Dovevo fotografare una scena preparata. Quella che avevo davanti, invece, non l’aveva preparata nessuno. Non avevo bisogno di chiedere loro una posa. Se mi fossi avvicinato, avrei rischiato di perdere proprio quello che mi aveva attirato.

100 Presi la macchina fotografica. Aspettai. Le loro espressioni tornarono a quel piccolo gioco di sguardi e silenzi che mi aveva colpito. Poi scattai. Uno scatto. Forse due. Non ricordo nemmeno quanti ne feci. Ricordo però che, subito dopo, tornai a guardare la scena senza macchina fotografica davanti agli occhi. La modella sarebbe tornata. Lo shooting sarebbe ripreso. Io avrei continuato a fare il lavoro per cui ero arrivato. Ma prima di rientrare rimasi ancora un po’ a guardarli. Non so cosa sia successo dopo quel pomeriggio. Non so da quanto tempo si conoscessero, né se siano tornati a sedersi allo stesso tavolo il giorno seguente. So soltanto quello che avevo davanti. Un tavolo. Un mazzo di carte.

101 Qualche ora da passare insieme. E la semplice fortuna di avere ancora qualcuno con cui giocare.

102 IL NUMERO DA TE SELEZIONATO NON E’ ESISTENTE

103 Il numero da te selezionato non è esistente Ci sono volte in cui mi fermo senza sapere esattamente perché. Non è una decisione. Qualcosa entra nel campo della mia attenzione e, per qualche secondo, tutto il resto passa in secondo piano. Quel giorno fu il silenzio. Non un silenzio assoluto. La strada continuava a vivere dei suoi rumori: qualche voce in lontananza, un movimento che arrivava da una strada vicina, il vento tra le case. Eppure, davanti a me, c'era qualcosa che sembrava essersi fermato. Un uomo era seduto su un muretto di pietra. Non faceva nulla di particolare. Non parlava, non gesticolava, non guardava intorno. Aveva il capo chino e teneva un telefono tra le mani. Fu quello a fermarmi. La pietra consumata, le mani dell'uomo, quel piccolo rettangolo luminoso che apparteneva a un tempo completamente diverso.

104 Rimasi a guardarlo. Avrei potuto passare oltre. Invece restai lì. Non sapevo cosa stesse facendo. Forse leggeva un messaggio. Forse aspettava una risposta. Forse aveva appena chiuso una telefonata. Non lo so. Guardandolo, però, mi accorsi che quella posizione mi era familiare. Le spalle leggermente raccolte, il capo abbassato, le gambe distese davanti a sé. Quante volte anch'io avevo tenuto un telefono tra le mani aspettando una parola. Un nome sullo schermo. Una voce. Una risposta. Forse è anche per questo che, qualche volta, fotografo una persona. Non solo per quello che sta facendo, ma per quello che non posso vedere. Quello che è successo prima. Quello che potrebbe succedere dopo. La fotografia, invece, si ferma lì.

105 A quell'istante. Sollevai la macchina fotografica cercando di non farmi notare. Non volevo interrompere quello che stava vivendo e soprattutto non volevo inventargli una storia. Avevo davanti un uomo seduto su un muretto, con un telefono tra le mani. Scattai. Poi riguardai la fotografia e pensai al titolo. Il numero da te selezionato non è esistente. Quante volte avevo sentito quella voce. Pronuncia una frase e non sa nulla di chi sta chiamando, perché lo cerca, cosa spera di sentire dall'altra parte. Mi piaceva proprio per questo: non spiegava nulla. Io non sapevo chi stesse cercando quell'uomo. Potevo soltanto guardare ciò che avevo davanti. Un uomo, un muretto, un telefono. Il resto non era mio.

106 IL TEMPO CHE RESTA

107 Il tempo che resta Quando ho realizzato questa fotografia era passato poco tempo dal mio divorzio. Non ne parlavo molto. Non perché non avessi niente da dire, ma perché non riuscivo ancora a trovare le parole giuste. C'erano cose che sentivo e che, in quel momento, preferivo lasciare lì, senza provare a spiegarle. Fotografare mi aiutava. In quei giorni mi permetteva di stare dentro quello che stavo vivendo, senza sentire il bisogno di raccontarlo a qualcuno. Avevo davanti alcune fotografie che, prese singolarmente, non mi dicevano molto. Le guardavo, le spostavo, provavo ad accostarle. Le mettevo vicine e poi le allontanavo. Non cercavo ancora una storia precisa. A un certo punto ho capito che non dovevano raccontare qualcosa una per una. Dovevano farlo insieme.

108 È così che è nata questa immagine. In alto a sinistra della composizione compare il profilo di una coppia: un uomo e una donna vicini. Non so dire cosa ci fosse esattamente tra loro, e forse non mi interessava nemmeno saperlo. Mi bastava quella vicinanza. Due persone che, a un certo punto della loro vita, avevano deciso di camminare nella stessa direzione. Guardandoli, pensavo a quanto sia facile credere che certe cose possano durare per sempre quando ci sei dentro. Poi c'è l'orologio. Vecchio, pesante, quasi fuori posto rispetto alle altre immagini. Era quello che mi colpiva di più. Forse perché, in quel periodo, il tempo era diventato una cosa strana. I giorni passavano, ma io avevo la sensazione di essere rimasto indietro. L'orologio, invece, continuava. Un minuto dopo l'altro. Senza sapere niente di quello che avevo perso.

109 E mentre il tempo andava avanti, io cercavo ancora di capire quando le cose avevano cominciato a cambiare. Quando avevamo smesso di essere quelli che eravamo stati. Quando una strada che sembrava comune aveva iniziato, quasi senza accorgercene, a dividersi. Poi c'è l'albero. Uno solo, in mezzo a uno spazio aperto. Quando l'ho inserito nella composizione non pensavo a una metafora. Mi piaceva semplicemente quell'immagine. Quell'albero solo, in mezzo a uno spazio aperto. Oggi, però, se riguardo quella fotografia, quell'albero lo riconosco. Ero io. Non ero completamente solo. C'erano i miei figli, e ci sono stati anche altri affetti, altre persone, altre giornate. Ma esiste una solitudine che non dipende dal numero di persone che hai intorno. È quella che senti quando una parte della tua vita finisce e tu non hai ancora capito come sarà quella che viene dopo. Sono passati alcuni anni.

110 Riguardando oggi questa fotografia, non ci vedo più soltanto la fine di qualcosa. Ci vedo anche l'uomo che ero allora, ancora fermo a cercare una risposta che forse non esisteva. Il tempo è passato. Io con lui. E quell'albero è ancora lì. Solo, sì. Ma ancora in piedi.

111 CRISTO DORMIENTE

112 Il Cristo dormiente A volte mi chiedo se ci siano silenzi capaci di dire più di qualsiasi parola. Camminavo per le vie di Catania senza una meta precisa. A sessantasette anni ho imparato che non devo sempre sapere dove sto andando. A volte esco, cammino e mi lascio guidare da quello che incontro. Una strada, una persona, una luce, qualcosa che attira la mia attenzione. E spesso è proprio così che comincia una storia. Fu allora che lo vidi. All’inizio mi sembrò soltanto una forma scura ai margini del marciapiede. Poi capii che era un uomo. Dormiva sul cemento, rannicchiato su se stesso. Aveva assunto una posizione che mi ricordò quella di un bambino nel grembo materno: le gambe raccolte, il corpo ripiegato, come se cercasse in quella postura un po’ di protezione.

113 Notai anche le mani. Le teneva tra le gambe e con il palmo stringeva un ginocchio. Non avrei saputo dire se lo facesse per scaldarsi o, forse, per aggrapparsi a qualcosa. Anche a se stesso. Mi fermai. Non ricordo quanto tempo rimasi lì. Ricordo però quello che provai. Non era pietà. La pietà, a volte, ci mette nella posizione di chi guarda dall'alto. Io sentivo altro. Sentivo disagio. E anche rabbia. Mi dava fastidio pensare che tante persone potessero passargli accanto continuando la propria giornata, quasi che quell'uomo facesse ormai parte di quella strada. Guardai il suo volto coperto dalla barba, una mano raccolta vicino al ginocchio, il maglione pesante. Non conoscevo quell'uomo. Non sapevo da dove venisse, cosa gli fosse successo, quante volte avesse cercato una soluzione prima di ritrovarsi lì. E soprattutto non volevo inventare una storia al posto suo. Avevo davanti soltanto un uomo che dormiva.

114 Eppure quella scena mi toccava più di quanto avrei voluto. Con gli anni ho imparato che la fragilità non appartiene soltanto agli altri. Può arrivare senza avvertire, quando meno te lo aspetti. A volte basta poco perché quello che sembrava sicuro cambi direzione. Fu allora che dentro di me nacque una domanda. Non era una domanda da fotografo. Era una domanda rivolta a Dio. Dove sei? Non la pronunciai. Rimase dentro di me. Dove sei quando un uomo, una tua creatura, dorme sul cemento mentre intorno la città continua a vivere come se nulla fosse? Rimasi ancora qualche secondo a guardarlo. Non cercavo una risposta. In quel momento non ne avevo una. Avevo soltanto quella domanda. Fu allora che presi la macchina fotografica che tenevo in mano.

115 La sollevai lentamente. Non pensai alla composizione. Non cercai la fotografia perfetta. Non mi interessava nemmeno sapere se quella sarebbe stata una buona fotografia. Volevo soltanto fermare quel momento. Non quell'uomo come simbolo della povertà. Non una storia che non conoscevo. Soltanto quello che avevo davanti. La luce entrava nella strada e raggiungeva il marciapiede, mentre alcune parti della scena rimanevano nell'ombra. Scattai. Uno soltanto. Poi abbassai la macchina. Lui continuava a dormire. Mi allontanai lentamente. Intorno a me la città aveva ripreso il suo rumore: le persone, le macchine, le voci. Io, invece, continuavo a camminare con quella domanda dentro.

116 Dove sei? Ancora oggi, quando guardo quella fotografia, non penso di avere fotografato soltanto un uomo che dormiva sul cemento. Quel giorno avevo creduto di essere io a fermarmi davanti a lui. Forse, invece, era stata quella scena a fermare me.

117 POI SI VOLTARONO

118 Poi si voltarono C’è qualcosa nell’aria di Enna, a inizio primavera, che non lascia andare del tutto l’inverno. Il freddo rimane sui muretti e negli angoli delle strade. Poi il vento si ferma, arriva il sole e, per qualche momento, si riesce quasi a stare bene fuori. Camminavo senza una meta precisa. Mi piace osservare le persone, soprattutto quando non si accorgono di essere osservate. Quel giorno vidi due anziani seduti su una panchina. Lei aveva una sciarpa a righe stretta al collo. Lui teneva la coppola in testa e il bastone tra le mani. Erano semplicemente lì. Non ricordo di averli sentiti parlare. Avevo con me la macchina fotografica, con un 400 mm montato. È un obiettivo pesante, ma mi permetteva di restare a distanza, senza entrare nello spazio che si erano creati intorno. Mi fermai. Li cercai nel mirino.

119 Li inquadrai. Ma non scattai. Rimasi a osservarli ancora per qualche secondo. Forse avevo paura che il rumore dell’otturatore potesse interrompere quel momento. Poi si voltarono insieme. Verso di me. Lei socchiuse gli occhi dietro gli occhiali. Lui mi guardò senza dire niente. Ci guardammo per qualche secondo. A quel punto scattai. Un solo colpo di otturatore. Abbassai la macchina. Loro tornarono a ciò che stavano facendo, come se quel breve incontro non fosse mai avvenuto. Io rimasi ancora un momento a guardarli. Mi capita spesso di provare qualcosa quando incontro persone che hanno trascorso una parte importante della loro vita insieme.

120 In quelle scene c’è una bellezza che mi fa stare bene e, allo stesso tempo, mi ricorda qualcosa che per me, probabilmente, non ci sarà. Quel pensiero arrivò anche quella volta. Ma durò poco. Avevo fotografato due persone che, senza fare nulla di particolare, mi avevano regalato un’immagine che non avrei dimenticato. Mi allontanai con una fotografia nella macchina. E con la sensazione di aver incontrato, per pochi secondi, qualcosa che valeva la pena fermare.

121 CAPITOLO 5 LA MATERIA E LO SGUARDO

122 PRIMA CHE PASSI

123 PRIMA CHE PASSI Era una mattina d’estate, di quelle in cui la luce arriva forte e lascia poco spazio alle ombre. La terra sembrava più chiara del solito, i contorni più netti e il caldo si sentiva già, anche se la giornata era appena cominciata. Ero ospite di mio fratello, che vive a Colleferro. Quel giorno andammo in un campo di addestramento per cani per incontrare un suo amico, l’addestratore. Non avevamo programmi particolari. Eravamo semplicemente usciti insieme, come capitava spesso. C’era movimento dappertutto. I cani correvano, si fermavano, ripartivano. I conduttori davano ordini brevi, i latrati arrivavano da una parte e dall’altra del campo e, a ogni passo, la polvere si alzava da terra. Io mi guardavo intorno. Non avevo ancora in mente una fotografia precisa. Cercavo soltanto qualcosa che valesse la pena ricordare.

124 In un angolo del campo c’era una donna seduta riparata dall’ombra di un capannone. Aspettava che il marito finisse la sua sessione di addestramento. Aveva il bambino in braccio. Lo stava nutrendo con il biberon. Tutto qui. Eppure mi fermai a guardare. Intorno continuava quello che stava succedendo prima. I cani abbaiavano, gli uomini si muovevano, arrivavano comandi, correvano animali. Ma quella donna sembrava non avere niente a che fare con tutto il resto. Era dentro la confusione e, allo stesso tempo, sembrava esserne fuori. Guardai il bambino. Beveva tranquillo, stretto tra le braccia della madre, senza accorgersi di nulla di quello che accadeva intorno. Mi colpì proprio questo. Non conoscevo quella donna, né suo marito. Non sapevo chi fosse quel bambino. Per me erano semplicemente persone incontrate per caso, in un pomeriggio qualunque. Io ero lì e guardavo.

125 Non avevo bisogno di saperlo. In quel momento mi bastava quello che avevo davanti. La luce cadeva forte sul campo, ma loro erano dentro una piccola zona d’ombra. Fu quel contrasto a farmi pensare alla fotografia. Mi venne in mente il chiaroscuro dei grandi pittori del Seicento, quella capacità di lasciare gran parte della scena nell’ombra e portare lo sguardo soltanto dove serve. In quella fotografia volevo fare la stessa cosa. Non mi interessava il campo di addestramento. Non mi interessava ciò che era attorno. Mi interessavano loro. Ho scattato. A casa, riguardando la fotografia, ho capito ancora meglio cosa mi aveva fermato. Ho lavorato sui toni scuri, cercando di togliere spazio a tutto ciò che distraeva. Ho lasciato emergere la pelle del bambino, la maglia bordeaux, la mano della madre intorno al biberon. Volevo che il resto rimanesse sullo sfondo.

126 Alla fine sono rimasti soltanto loro due. Una madre. Un bambino. Un gesto semplice. E quella luce dura che, appena fuori dall’ombra, continuava a riempire il campo. Non so dove sia oggi quel bambino. Non so se sua madre ricordi quella mattina, il caldo, il campo, l’attesa mentre suo marito finiva il lavoro. Io quella mattina la ricordo ancora. La fotografia ha conservato quel momento, e con lui anche la memoria di quelle persone che non conoscevo. E ogni volta che la guardo penso che forse è anche questo che cerco quando fotografo: riuscire a riconoscere, in mezzo a ciò che passa, qualcosa che merita di essere conservato.

127 LA DANZA E’ MOVIMENTO

128 LA DANZA E’ MOVIMENTO Quella sera, dentro il Teatro Comunale Francesco Paolo Neglia di Enna, ero lì per fotografare un saggio di danza classica. La sala era quasi completamente buia. C’era quell’odore che hanno i teatri: il legno, il velluto, la polvere sollevata dai movimenti del pubblico, il calore dei proiettori e, ogni tanto, il profumo di lacca. Avevo la reflex stretta tra le mani. Conoscevo bene quel tipo di lavoro. Bisognava aspettare il momento giusto e fermarlo. La punta di un piede. La schiena tesa. Le braccia nella posizione esatta. Un salto nel punto più alto. Il corpo sospeso per una frazione di secondo. Per diversi minuti fotografai così. Click. Un altro.

129 Click. Le fotografie erano nitide. Tecnicamente corrette. Pulite. Eppure, quando le guardavo sul display, avevo la sensazione che mancasse qualcosa. Avevo fermato la ballerina. Ma avevo perso il ballo. Sul palco vedevo una ragazza che respirava, si muoveva, passava da una posizione all’altra. Sul display vedevo soltanto una frazione di quel movimento. Una fotografia poteva essere perfetta e, allo stesso tempo, non raccontare quello che avevo davanti agli occhi. Poi iniziò un adagio. La musica rallentò. La ballerina sollevò le braccia. Lo fece lentamente, senza fretta. Le mani salivano accompagnate dalla musica e il corpo seguiva quel movimento con una naturalezza che mi fece smettere di pensare alla macchina fotografica.

130 Per qualche secondo non scattai. La guardai. Lasciai che il gesto arrivasse fino in fondo. Fu allora che capii cosa mi disturbava nelle fotografie che avevo appena fatto. Stavo cercando di fermare qualcosa che, per sua natura, non voleva essere fermato. La danza è movimento. Un gesto nasce, attraversa lo spazio e scompare. Se ne congeli soltanto un istante, puoi mostrarne la posizione, ma non necessariamente quello che è successo prima e quello che accadrà subito dopo. Abbassai la reflex. Poi cambiai le impostazioni. Rallentai il tempo di esposizione. Non cercavo più la fotografia perfetta. Volevo vedere cosa sarebbe rimasto del movimento se avessi smesso di combatterlo. Portai di nuovo la macchina al viso.

131 La musica continuava. La ballerina sollevò un braccio. Premetti il pulsante di scatto. Questa volta il rumore dell’otturatore fu diverso. Non il solito click secco. Un suono più lungo. Quasi un piccolo respiro. Aspettai che l’immagine comparisse sul display. La guardai. Era in bianco e nero. Il braccio della ballerina era ancora riconoscibile, ma intorno a quel gesto erano rimaste altre forme: altre mani, altre posizioni, altri frammenti del corpo sovrapposti nello stesso fotogramma. Non sembrava più una figura ferma. Sembrava muoversi. Quella fotografia non mostrava soltanto dove si trovava la ballerina in quell’istante.

132 Mostrava anche qualcosa di quello che era accaduto un attimo prima. E di quello che sarebbe accaduto subito dopo. Era rimasta una traccia. Una scia. Per la prima volta quella sera mi sembrò che il movimento potesse essere fotografato senza doverlo necessariamente fermare. Spensi il display e lasciai la reflex sul grembo. Sul palco la musica continuava. Le ballerine continuavano a muoversi dentro la luce. Io le guardavo senza cercare più il momento perfetto. Avevo capito che, almeno quella sera, il momento che cercavo non era quello in cui tutto si fermava. Era quello in cui qualcosa continuava a muoversi anche dentro la fotografia. Da allora, quando fotografo, non cerco sempre di congelare ciò che ho davanti. A volte lascio che una mano diventi una traccia, che un corpo attraversi il fotogramma, che una luce lasci

133 dietro di sé qualcosa che non riesco a definire del tutto. Non soltanto ricordare dove siamo stati. Anche lasciare dentro un’immagine qualcosa del tempo che è passato. Quella sera, in un teatro quasi completamente buio, avevo cercato di fermare un movimento. Alla fine avevo scoperto che potevo fare il contrario. Lasciarlo passare. E fotografare ciò che ne rimaneva.

134 IL VECCHIO CASSETTO

135 IL VECCHIO CASSETTO Non la conoscevo. L’ho vista seduta sull’erba, poco distante da me. La prima cosa che ha attirato la mia attenzione è stato il vestito. Era un abito lungo, ispirato all’Ottocento, con i pizzi bianchi che uscivano dalle maniche e una gonna ampia che si raccoglieva intorno a lei. Intorno c’era il presente. Persone vestite normalmente, voci, movimento. Lei sembrava arrivare da un’altra storia. Sono rimasto a guardarla per qualche secondo. Non stava facendo nulla di particolare. Era semplicemente seduta sull’erba. È stata proprio quella naturalezza a farmi pensare alla fotografia. Mi sono avvicinato con la reflex in mano. «Posso?» Ha accennato un sorriso.

136 Si è sistemata con naturalezza. Ho guardato dentro il mirino. Ho cercato un’inquadratura semplice, lasciando che fosse soprattutto l’abito a catturare l’attenzione. La gonna occupava gran parte della scena, i pizzi rompevano la superficie della stoffa e il volto rimaneva al centro. Ho aspettato un attimo. Poi ho scattato. Non è successo altro. Abbiamo parlato appena il necessario. L’ho ringraziata e sono tornato alle mie cose. In quel momento era soltanto una fotografia riuscita. È stato più tardi, davanti al computer, che ho iniziato a guardarla diversamente. Il vestito, la posa, la luce. L’immagine aveva qualcosa che sembrava appartenere a un tempo diverso. Ho cominciato a lavorarci.

137 Ho scaldato i colori e attenuato quella sensazione troppo moderna dello scatto originale. Ho cercato una tonalità simile a quella delle vecchie fotografie di famiglia, quelle che con gli anni perdono brillantezza e diventano più morbide. Poi ho aggiunto qualche piccola imperfezione. Niente di evidente. Solo abbastanza da togliere all’immagine quella pulizia tipica di una fotografia appena scattata. Quando ho finito, sono rimasto a guardarla. Non sembrava più appartenere al momento in cui l’avevo fotografata. Mi è venuto in mente un vecchio cassetto. Uno di quelli che restano chiusi per anni. Dentro, fotografie di persone che nessuno riconosce più, lettere, biglietti e piccoli oggetti rimasti lì senza un motivo preciso. E, tra quelle cose, quella fotografia. Qualcuno la trova. La prende in mano. Non sa chi sia la ragazza.

138 Non sa dove sia stata scattata. Non sa perché qualcuno abbia deciso di fotografarla. Può soltanto guardarla. E riempire quei vuoti con quello che vuole. È stato allora che ho capito cosa mi interessava davvero di quell’immagine. Io conoscevo soltanto quei pochi minuti. Tutto il resto era rimasto fuori dall’inquadratura. La sua vita, il suo passato, quello che sarebbe venuto dopo: niente di tutto questo era entrato nella mia fotografia. Eppure proprio quei vuoti mi sembravano darle qualcosa in più. Una fotografia non mostra soltanto ciò che c’è. A volte lascia fuori abbastanza da farci fermare davanti a ciò che non possiamo sapere. Quando oggi la riguardo, non penso più al prato dove l’ho fotografata. Penso a quel cassetto.

139 A qualcuno che, molti anni dopo, potrebbe trovarla senza conoscere né me né lei. La guarderebbe per qualche secondo. Si chiederebbe chi fosse quella ragazza. E la fotografia, a quel punto, avrebbe già cominciato a raccontare qualcosa che io non avevo mai conosciuto.

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142 UN POMERIGGIO CHE CAMBIA È un pomeriggio di agosto. Ma non sembra agosto. Il cielo è coperto e il sole è sparito dietro le nuvole. L’aria è ferma, le strade hanno perso quella luce forte che in estate sembra non voler lasciare spazio a nient’altro e anche i rumori arrivano più attutiti. È uno di quei pomeriggi in cui non hai voglia di fare niente. Resto in casa senza un motivo preciso. Guardo fuori dal balcone, poi torno dentro. Dopo un po’ torno a guardare fuori. Poi comincia a piovere. E, stranamente, mi viene da sorridere. «Meno male che ha piovuto», penso. Resto lì a guardare l’acqua scendere. Non è un temporale. Sono poche gocce, ma bastano. Le pietre del vicolo diventano scure e lucide. L’acqua corre lungo i gradini, si infila negli angoli,

143 segue le piccole pendenze della strada. I muri sembrano avere un colore diverso. Anche i rumori cambiano. Poi la pioggia smette. Ma l’acqua rimane. Continuo a guardare. Quel vicolo lo conosco bene. Ci passo davanti da anni. È uno di quei luoghi che finiscono per diventare parte della tua vita proprio perché li vedi così tante volte da non notarli più. Quella volta, invece, mi fermo. Non c’è niente di particolare. Nessuna persona da fotografare. Nessun tramonto. Nessuna scena che chieda di essere raccontata. C’è soltanto un vicolo dopo la pioggia. Eppure qualcosa mi trattiene. Penso alla reflex. La prendo in mano. Non ho in mente una fotografia precisa. Non sto cercando lo scatto che possa diventare chissà cosa.

144 Forse, semplicemente, ho bisogno di fare qualcosa. Di interrompere quel pomeriggio che fino a quel momento mi era sembrato fermo. Guardo nel mirino. E allora comincio a vedere particolari che, fino a pochi minuti prima, non avevo notato. La luce sulle pietre. L’acqua che scende lentamente dai gradini. I muri bagnati. Le piccole riflessioni sulla strada. Il vicolo è sempre quello. Ma adesso lo sto guardando diversamente. Resto qualche secondo con l’occhio nel mirino. Poi scatto. Uno scatto semplice. Niente di spettacolare. Nessun momento irripetibile. Solo quel vicolo, dopo la pioggia.

145 Abbasso la macchina fotografica e rimango ancora un po’ a guardare. Mi accorgo che la noia è passata. Non è successo niente di straordinario. Nessuno è arrivato. Non è accaduto nulla che meritasse di essere raccontato a qualcuno. Eppure quel pomeriggio, che fino a poco prima non aveva niente da offrirmi, adesso aveva lasciato qualcosa. Una fotografia. E forse anche qualcosa di più. È una delle cose che continuo ad amare della fotografia. A volte non serve andare lontano. Non serve aspettare un tramonto particolare o cercare una scena che non abbiamo mai visto. A volte basta una pioggia improvvisa. Basta una luce diversa. Basta fermarsi davanti a qualcosa che abbiamo visto cento volte e guardarlo, finalmente, con un po’ più di attenzione.

146 Quel giorno la pioggia aveva cambiato il vicolo. Io, senza accorgermene, avevo cambiato il modo di guardarlo. E forse è proprio questo che la fotografia mi ha insegnato nel corso degli anni: non tutto quello che merita di essere fotografato deve essere straordinario. A volte bisogna soltanto accorgersi che, per qualche minuto, qualcosa è diventato diverso. E avere la macchina fotografica in mano quando succede.

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149 UN GIORNO D’INVERNO Quando a Enna arriva quel freddo secco, le strade della parte antica sembrano ancora più strette. Il vento passa tra i vicoli e si infila dappertutto. Entra nel giubbotto, nelle maniche, sotto il colletto. Cammini più in fretta quasi senza accorgertene, con le mani in tasca e la testa un po' bassa. Quel giorno passeggiavo senza una meta precisa. Avevo la reflex in mano e, ogni tanto, puntavo qualcosa che attirava la mia attenzione. Non cercavo una fotografia in particolare. Avevo semplicemente voglia di camminare. Poi la strada ha cominciato a salire. Una di quelle salite che nella parte vecchia di Enna conosci bene: strette, irregolari, con una curva che ti nasconde quello che c'è pochi metri più avanti. Ho girato l'angolo e mi sono trovato davanti quella scena. Mi sono fermato. Al centro c'era una casa. La pietra consumata, l'intonaco rovinato, le facciate segnate dagli anni.

150 Sopra, un intreccio di cavi e antenne attraversava il cielo e si perdeva contro le nuvole basse. Non era una vista spettacolare. Forse proprio per questo mi sono fermato. Il vicolo era vuoto. Nessuna persona, nessuna macchina. Solo il vento. Sono rimasto lì qualche secondo a guardare. Pensavo a quante persone dovevano essere passate da quella salita prima di me. Gente che andava al lavoro, che tornava a casa, che portava una busta della spesa. Persone che non avrei mai conosciuto e delle quali non avrei saputo nulla. Eppure qualcosa delle loro vite era rimasto lì. Nelle pietre consumate, nell'intonaco che si staccava, nelle finestre, nei cavi aggiunti negli anni. Non una storia precisa. Piuttosto le tracce del tempo. Ho puntato la reflex. Mi sono spostato di qualche passo, cercando il punto giusto senza complicare troppo l'inquadratura. Volevo tenere la casa al centro, seguire la salita sulla sinistra e lasciare che la strada si aprisse verso destra.

151 Ho guardato nel mirino. La scena era già lì. Ho dovuto soltanto trovarne il punto di vista. Il vento continuava a soffiare e sentivo il freddo sulla punta delle dita. La ghiera dell'obiettivo era diventata fredda al tatto e l'ho girata lentamente per sistemare la messa a fuoco. Ho aspettato un momento. Poi ho scattato. Tutto qui. Nessuna persona da aspettare. Nessun gesto da cogliere. Nessuna scena da costruire. Solo una strada di Enna in una giornata d'inverno. Quando ho abbassato la macchina fotografica, sono rimasto ancora un po' a guardare. Mi capita spesso di pensare che le fotografie più difficili da fare siano quelle che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno. Le vediamo così tante volte da smettere di guardarle.

152 Quel giorno non avevo scoperto niente di nuovo. Avevo soltanto rallentato abbastanza da accorgermi di qualcosa che era sempre stato lì. Una casa consumata. Un vicolo vuoto. Il vento. Il freddo. E quella luce grigia. Ho rimesso la reflex sotto il giubbotto e ho ripreso a camminare. La salita era ancora lunga. Dietro di me era rimasta quella casa. Nella macchina fotografica, invece, avevo qualcosa che fino a pochi minuti prima non avevo.

153 Quello che avrei voluto condividere Era dicembre.

154 Ero a Caltanissetta, alla Galleria d’Arte Palazzo Moncada. Lì dentro c'erano le mie fotografie. La mia prima mostra. Ricordo che, ogni tanto, mi allontanavo dalle persone e dalle pareti. Avevo bisogno di qualche minuto per stare da solo. Vedere quelle immagini esposte faceva uno strano effetto. Le riconoscevo, naturalmente. Erano mie. Eppure, viste lì, sembravano quasi appartenere a qualcun altro. A un certo punto mi sono appoggiato con la spalla sinistra allo spigolo della finestra. Fuori c'era la città. E sopra la città, un cielo che non avevo mai visto così. Non ricordo di aver pensato subito alla fotografia. Sono rimasto a guardare. L'azzurro stava lasciando spazio alle nuvole, che prendevano lentamente sfumature rosa, arancio e rosse.

155 Erano colori che non avevo scelto io, che non avevo cercato e che non avrei potuto costruire davanti a un computer. Erano semplicemente lì. Guardandoli, mi è venuto da pensare a Dio. A chi altro, davanti a una cosa così? Sono rimasto qualche minuto senza muovermi. E proprio lì, davanti a quella finestra, mentre nella sala alle mie spalle c'erano le fotografie che avevo desiderato esporre per tanto tempo, ho pensato a una persona che un tempo avevo amato. Avrei voluto che fosse lì. Non sapevo cosa avrei potuto dirle. Forse niente. Forse sarebbe bastato averla accanto. Avrei voluto che vedesse quel momento. Non soltanto la mostra, ma anche quello che stava accadendo fuori dalla finestra.

156 È strano come certe assenze si facciano sentire proprio quando accade qualcosa che vorremmo raccontare a qualcuno. Quella sera avevo qualcosa di importante da ricordare. E mi accorgevo che non potevo condividerlo con la persona con cui, istintivamente, avrei voluto farlo. Sono rimasto ancora un po' lì. Poi ho preso la macchina fotografica. Ho inquadrato il cielo. E ho scattato. Non perché pensassi di aver trovato una fotografia migliore delle altre. Volevo soltanto portare con me quello che stavo vivendo. La fotografia è rimasta. Il cielo no. La mostra è finita, le persone sono andate via e quelle ore sono diventate un ricordo.

157 Ma quando oggi guardo quella fotografia, prima ancora di vedere la città e i colori, torno con la mente a quella finestra. Ricordo dove ero. Ricordo cosa avevo appena realizzato. E soprattutto ricordo chi avrei voluto avere accanto. Forse è per questo che quella fotografia, tra tutte quelle della mia prima mostra, è rimasta diversa. Non conserva soltanto un cielo di dicembre. Conserva il momento in cui ho capito che anche una giornata felice può avere dentro un'assenza.

158 CAPITOLO 6

159 OLTRE L’AZZURRO

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161 28 AGOSTO 2026 Oggi è andata via una perla di persona. L'anno scorso avevo voglia di fare qualche fotografia, ritratti in particolare. Cercavo una modella e, come si fa tante volte quando non sai bene da dove cominciare, misi un annuncio su Facebook: ―Cercasi modella…‖ Dopo un po' arrivò la sua risposta.

162 ―È ancora in cerca di una modella? Io sarei disponibile.‖ Scelsi il Castello di Lombardia, qui a Enna, e ci demmo appuntamento. Arrivai prima io. Avevo la macchina fotografica in mano e, mentre aspettavo, cominciai a girare per il perimetro del Castello. Guardavo la luce, gli angoli delle mura, le persone che passavano. Poi, da lontano, vidi una giovane donna con un cappotto color cammello. Aveva un taglio classico, ampi revers e bottoni chiari. Sotto portava una giacca scura e un foulard di seta sui toni del beige rosato. Quando fummo vicini le chiesi: ―Giulia?‖ ―Sì.‖ Fu così che la conobbi. Pensavo che avrei dovuto rompere il ghiaccio, come capita quando incontri per la prima volta una persona che deve stare davanti alla tua macchina fotografica. Invece Giulia cominciò a parlare con una naturalezza che mi mise subito a mio agio.

163 Mi raccontò di sé, di Giovanni, suo marito, che era morto di cancro. Io lo conoscevo, ma non sapevo che fossero sposati. Mi parlò della loro bambina. Poi mi disse che anche lei stava attraversando la stessa malattia. Stava facendo la chemioterapia. Lo disse senza costruirci intorno un dramma. Era quello che mi colpiva mentre la ascoltavo. Parlava di cose enormi con una semplicità disarmante. Mi disse che non poteva permettersi di lasciarsi andare. Aveva suo padre e sua figlia. Davanti a loro cercava di essere quella di sempre: una battuta, un sorriso, un modo per alleggerire le preoccupazioni. Io la guardavo e pensavo a quanto può essere difficile fare una cosa del genere quando dentro hai paura. Quel giorno fotografai una donna elegante. Ma ricordo soprattutto il modo in cui parlava. L'ultima volta che la vidi fu durante le festività della nostra Patrona. Ero a Montesalvo con la macchina fotografica, intento a fare fotografie, quando passò in macchina con sua mamma alla guida. Mi vide.

164 Alzò una mano per salutarmi. Si fermarono poco più avanti. Mi venne incontro; mi disse: ―Ho detto a mia mamma: fermati, devo salutare il mio angelo.‖ Non ho mai dimenticato quella frase. Più tardi sua mamma mi raccontò una cosa che ancora oggi mi fa pensare a quel giorno al Castello. Quando l'avevo contattata per quello shooting, Giulia era stata felice. Per qualche ora era uscita dalla sua malattia. Era uscita di casa per pensare a sé, per vestirsi bene, per sorridere, per sentirsi semplicemente Giulia. Io quel giorno credevo di aver fatto delle fotografie a una modella. Oggi mi rendo conto che avevo incontrato una persona che mi aveva affidato, senza che io lo sapessi, qualcosa di molto più importante. Oggi Giulia non c'è più. Mi rimane il suo cappotto color cammello.

165 Mi rimane quel sorriso. E soprattutto mi rimangono quegli occhi, a Montesalvo, quando mi riconobbero in mezzo alla gente. La fotografia è rimasta. Giulia no. E forse è proprio questo che rende alcune fotografie più difficili da guardare quando le persone che vi sono dentro non ci sono più. Un carissimo amico, scrittore e filosofo, dopo aver letto questo mio ricordo, mi ha detto una frase che mi è rimasta dentro: ―Questa è anche la tua fotografia: rendere eterno un istante nel quale Giulia sarà sempre presente.‖ Da allora, quando guardo quella fotografia, penso proprio a questo. Il tempo ha portato via Giulia. Ma non quel momento.

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168 RACCONTARE GIULIA Il silenzio del coraggio Ci sono fotografie che, col tempo, smettono di essere soltanto fotografie. Quella di Giulia è una di queste. Oggi la guardo diversamente da quando l'ho scattata. Allora vedevo un volto, una luce, uno sguardo che mi aveva colpito. Oggi vedo molto di più, ma non perché quella fotografia mi abbia finalmente raccontato chi fosse Giulia. Al contrario. Mi ha insegnato quanto poco possiamo sapere di una persona guardandola attraverso un obiettivo. La luce arriva di lato e attraversa il viso senza addolcirlo. Disegna i lineamenti, entra nelle ombre, lascia vedere la pelle così com'è. Non c'è niente di costruito. Niente da correggere. E forse è proprio questo che mi colpisce ancora oggi: quel volto non cerca di essere diverso da quello che è.

169 Poi ci sono gli occhi. È lì che la fotografia, ogni volta che la riguardo, mi costringe a fermarmi. Non perché riesca a capire cosa stessero dicendo in quel momento. Non lo so. E non voglio inventarlo adesso. Uno sguardo fotografato non è una confessione. È soltanto un istante. Possiamo osservarlo, possiamo lasciarci attraversare da quello che ci comunica, ma non possiamo entrare davvero nella persona che abbiamo davanti. Questa è una cosa che ho capito con il tempo. Quando fotografiamo qualcuno, pensiamo spesso di essere noi a osservare. In realtà, mentre guardiamo, portiamo dentro quella fotografia anche qualcosa di noi. Le nostre esperienze, le nostre domande, le cose che abbiamo vissuto. Forse è per questo che una fotografia può cambiare senza cambiare. L'immagine rimane identica.

170 Siamo noi a non essere più gli stessi quando la riguardiamo. Oggi, davanti a quel ritratto, non cerco più di capire cosa ci fosse dietro quello sguardo. Mi basta riconoscere quello che mi comunica. Una forma di silenzio. Non un silenzio vuoto, ma quello di chi non ha bisogno di mostrare tutto. E dentro quel silenzio c'è anche una forza che allora non avevo gli strumenti per riconoscere. Eppure, ogni volta che torno su quella fotografia, quello sguardo mi trasmette qualcosa che allora non sapevo riconoscere. Non è nella posa. Non è nel sorriso, che non c'è. È nel modo in cui resta lì, davanti all'obiettivo, senza cercare di nascondersi e senza cercare di apparire diversa da quello che è. Ed è forse proprio questo che oggi mi colpisce di più. Quella calma.

171 Quel modo silenzioso di stare davanti a me. È questo che oggi leggo in quella fotografia. Non la storia di Giulia. Quella storia appartiene alla sua vita, non a un'immagine. Io posso soltanto raccontare ciò che quel ritratto continua a suscitare dentro di me. E ogni volta che lo guardo penso a quanto sia sottile il confine tra ciò che una persona ci mostra e ciò che sceglie di tenere per sé. La fotografia può fermare un volto. Può fermare uno sguardo. Può persino farci sentire qualcosa che non sappiamo nominare. Ma non può attraversare quel confine. E forse è proprio questo il suo limite più bello. Non deve spiegare tutto. Deve lasciarci davanti a qualcosa. A una domanda.

172 A un silenzio. A un volto che, anche dopo tanto tempo, continua a guardarci. E oggi, davanti a quella fotografia, non sento il bisogno di aggiungere altro. Mi basta quello sguardo. Il resto appartiene al silenzio.

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174 RACCONTARE GIULIA Sfidando l’azzurro Ci sono giorni in cui il cielo sembra troppo grande. Lo guardi e, per qualche istante, quello che ti porti dentro sembra occupare meno spazio. Non scompare. Semplicemente, smette di essere l'unica cosa che riesci a vedere. E’ questo che mi colpisce il modo in cui Giulia guarda verso l'azzurro. Non cerco di capire cosa stia pensando. Una fotografia può fermare un volto, uno sguardo, un momento. Non può sapere cosa passa nella mente di una persona. Posso raccontare soltanto quello che è successo a me mentre la osservavo. Il suo sorriso era leggero, quasi trattenuto. Non aveva nulla della posa che spesso assumiamo davanti a una macchina fotografica. La luce del giorno le cadeva sul viso e lasciava vedere i segni del tempo. Li ho guardati senza pensare a come correggerli.

175 Da fotografo so che la luce, quando arriva in un certo modo, non fa sconti. Mostra una piega, una linea, una piccola imperfezione. Ma quella volta non ho sentito il bisogno di intervenire. Mi è sembrato giusto lasciare il volto così com'era. Nella vita facciamo spesso il contrario. Impariamo a scegliere cosa mostrare e cosa tenere per noi. Rispondiamo "sto bene" anche quando servirebbe altro. Sorridiamo per non dover spiegare. Giulia sorrideva, ma il suo sguardo sembrava altrove. Non triste. Semplicemente lontano da quello che avevo davanti. Ed è stato lì che la fotografia ha smesso, almeno per me, di essere soltanto un ritratto. In quel volto ho riconosciuto qualcosa che conoscevo. Non la sua storia. La sensazione di andare avanti portandosi dietro domande che non hanno ancora trovato una risposta. Di continuare a vivere senza avere necessariamente messo ogni cosa al proprio posto.

176 Forse è per questo che quel volto mi è rimasto dentro. Non perché sapessi qualcosa di Giulia. Al contrario. Era proprio ciò che non conoscevo a lasciarmi spazio per riconoscermi. Il cielo occupava quasi tutto il resto dell'immagine. Azzurro, senza ostacoli. Davanti a quel volto segnato dal tempo c'era uno spazio che sembrava non avere fine. Guardando la fotografia, penso che sia stato proprio quel contrasto a fermarmi: da una parte tutto ciò che una persona porta con sé; dall'altra qualcosa che non chiede nulla e continua semplicemente a stare lì. Il cielo. Non so cosa stesse guardando Giulia quel giorno. So soltanto che, mentre lei guardava in alto, io ho finito per guardare dentro di me. E forse il coraggio non ha sempre l'aspetto di chi affronta qualcosa a viso aperto.

177 A volte è molto più semplice. Un volto tranquillo. Un sorriso appena accennato. E la capacità di continuare a guardare avanti. CONCLUSIONE Adesso che ho messo l'ultima parola a questo libro... sento il bisogno di voltarmi indietro. Di riguardare le fotografie che ho scelto.

178 Le persone che ho incontrato. I momenti che mi hanno portato fin qui. Quando ho iniziato a fotografare... non pensavo che, insieme alle immagini, avrei finito per raccogliere anche pezzi della mia vita. All'inizio pensavo soprattutto alla fotografia. Alla luce. All'inquadratura. Alla composizione. Al momento giusto. Cercavo di capire come ottenere l'immagine che avevo in testa. Poi, con il tempo... le cose hanno preso una direzione diversa. Non c'è stato un giorno preciso in cui me ne sono accorto. È successo lentamente. Attraverso quello che vivevo.

179 E attraverso le persone che incontravo. Ho iniziato a prestare attenzione anche a quello che succedeva intorno allo scatto. A un gesto. A un'espressione. A una parola detta prima di una fotografia. A quello che rimaneva dopo. E alcune di quelle cose... hanno finito per avere per me più importanza della fotografia stessa. Oggi, quando ripenso a questo percorso, mi accorgo che la macchina fotografica è stata il modo attraverso il quale ho incontrato molte persone che, altrimenti, non avrei mai conosciuto. Alcune sono rimaste nella mia vita. Altre sono passate soltanto per un momento. Di alcune ricordo le parole. Di altre un sorriso. Uno sguardo.

180 Un gesto. A volte mi è rimasta semplicemente la sensazione di aver condiviso qualcosa... anche se è durato poco. Ed è per questo che oggi faccio fatica a considerare le mie fotografie soltanto delle immagini. Ogni fotografia ha un prima... e un dopo. C'è quello che accade nel momento in cui scatto. Ma c'è anche tutto quello che è successo prima. E tutto quello che quella persona, quell'incontro o quel momento hanno lasciato in me. Riguardando le fotografie degli anni passati, mi capita così di ritrovare persone, luoghi e situazioni che credevo di aver semplicemente fotografato. Invece... erano diventati ricordi. E insieme a quei ricordi... ritrovo anche me stesso.

181 Il modo in cui guardavo allora. Quello che cercavo. Le cose a cui davo importanza. Alcuni scatti oggi mi piacciono ancora. Altri li guardo con occhi diversi. Ce ne sono alcuni che mi fanno sorridere... e altri che faccio più fatica a riguardare. Perché riportano alla mente persone che non posso più incontrare. L'immagine è rimasta quella. Sono cambiato io. Ed è una cosa che non avevo previsto quando ho cominciato. Pensavo che avrei imparato soprattutto a fotografare meglio. Non immaginavo che, insieme alla fotografia, avrei imparato a conoscere meglio le persone... e, attraverso loro,

182 anche qualcosa di me. È questo il motivo per cui ho voluto raccogliere queste storie. Non per mostrare soltanto delle fotografie. Ma per non lasciare che quegli incontri rimanessero soltanto nella mia memoria. Scrivendoli... ho avuto la possibilità di tornarci dentro. Di ricordare persone che non vedevo da tempo. Di fermarmi su momenti ai quali, quando sono accaduti, non avevo dato tutta l'importanza che avrebbero avuto in seguito. E mentre mettevo insieme queste pagine... mi sono reso conto che, in fondo, stavo raccontando anche il mio modo di essere cambiato negli anni. Questo libro, quindi, per me non è soltanto la fine di un lavoro. È un punto da cui guardare indietro. Ma non è un punto di arrivo.

183 Continuerò a fotografare. Continuerò a incontrare persone... e a lasciarmi sorprendere da quello che succede davanti a me. Non so quali saranno le prossime immagini. Non so quali persone incontrerò. E non so quali di loro finiranno per rimanere nella mia memoria. E’questo che mi piace. Non sapere già cosa troverò. Voglio continuare a guardare il mondo con la curiosità di un bambino... che giorno dopo giorno scopre quello che lo circonda. Un bambino che non ha ancora smesso di meravigliarsi. Continuerò a cercare. Non necessariamente una bella fotografia. Qualcosa che abbia un motivo per essere ricordato.

184 E forse, alla fine... è tutto quello che ho sempre cercato attraverso una macchina fotografica. Un momento da non lasciare andare. Il libro finisce qui. Io, invece... continuo a guardare.